La voce che arriva dai porti italiani, questa volta, ha un nome e cognome: Angelo Natarelli, fondatore di Pescatori a Tavola, la più grande comunità digitale nata “dal basso” per raccontare, difendere e valorizzare il pescato italiano. Una rete di pescatori, pescherie e ristoratori che ogni giorno mostra cosa significa davvero vivere di mare, ben lontano dalle narrazioni patinate del Made in Italy perfetto.
La scintilla che ha fatto esplodere la protesta è una proposta della Commissione europea: dal 2026 riduzione dello sforzo di pesca del 64%. Natarelli la traduce in numeri che fanno tremare i moli: “Le barche oggi vanno a mare 100 giorni l’anno, pagando tasse e costi per 365. Se tagliano un altro 64%, andiamo a mare 30 giorni. Trenta. Pagando sempre tutto per 365. A che punto volete portare la marineria?”.
Il video in cui Natarelli denuncia la situazione è diventato virale perché mostra, senza filtri, il volto reale del settore: motopescherecci smontati pezzo per pezzo, marinerie dimezzate, armatori falliti, migliaia di pescatori pronti a lasciare il mestiere. E un fermo pesca che, per legge, dovrebbe compensare i giorni di stop obbligatorio, ma che – denuncia – “non viene pagato regolarmente da quasi quattro anni”.
A questo si aggiunge il paradosso dei fondi: miliardi formalmente destinati alla pesca che, in parte, vengono spostati su altre voci o dirottati verso gli allevamenti in mare, realtà che spesso non coinvolgono direttamente i pescatori. “Non sono pesca”, attacca Natarelli.
Nel mirino c’è anche la frammentazione interna del settore: “Continuate a mantenerci divisi – é la provocazione – perché uniti diventiamo un problema per la politica”. Pescatori a Tavola nasce proprio per reagire a questa debolezza, unendo filiera e consumatori, rendendo visibile ciò che molti preferirebbero restasse nascosto: il costo reale del pesce, delle regole, delle scelte tecniche calate dall’alto.
La domanda finale è tanto semplice quanto inquietante: “Ditecelo chiaramente: volete che i pescatori cambino mestiere?”. Natarelli ammette che parlare di pesca lo fa arrabbiare, ma non smette di farlo: “Mi sono battuto per molti anni e continuerò a farlo. Seguiteci, restiamo uniti”. Perché, avverte, la pesca italiana non sta morendo per colpa del mare, “ma per decisioni politiche che i pescatori non vogliono più subire in silenzio”.