L’estate particolarmente calda e avara di piogge, se non nel suo finale, ha anticipato leggermente l’inizio della vendemmia, ragion per cui in questi giorni è facile notare sulle nostre colline i contadini intenti a raccogliere l’uva di Sangiovese. Perché, si sa, dopo quella bianca che in questo momento “bolle nei tini”, in questi giorni è il turno della raccolta dell’uva nera.
La storia della vite in Emilia Romagna risale all’epoca preromana ed oggi la superficie vitata della nostra regione è di oltre 50mila ettari con una produzione di vino che l’anno scorso è stata di 6,9 milioni di ettolitri. Nell’area tra Ravenna e Faenza sono coltivate uve dalle rese abbondanti come il Trebbiano e l’Ancellotta, mentre sui colli romagnoli troviamo vini prodotti con Albana e Sangiovese.
Oltre a questi, in Romagna sono presenti altri vitigni ma in minore quantità, i più tipici sono la Cagnina (uve Refosco) introdotta dalla Dalmazia nel V secolo d.C. e il Pagadebit, nome locale della varietà Bombino Bianco.
Storica anche la varietà a bacca bianca tipica del riminese, la Rebola, il cui vitigno è il Pignoletto o Grechetto Gentile; documenti del 1378 la chiamavano già all’epoca “Ruibola”.
Ma sono le leggende e gli aneddoti storici più o meno veritieri a rendere i vini romagnoli, oltre che buoni, affascinanti. La storia probabilmente più interessante è quella dell’Albana che, ricordiamolo, è stato il primo vino bianco italiano a ricevere il riconoscimento della Denominazione d’Origine Controllata e Garantita ed è l’unico vino della Romagna ad avere questo marchio che identifica i vini italiani di particolare pregio, l’altra DOCG regionale è in Emilia, il Colli Bolognesi Pignoletto.
Riguardo all’Albana, si narra che nell’estate del 435 d.C. la principessa Galla Placidia, figlia di Teodosio, ultimo imperatore dell’Impero Romano, decise di allontanarsi da Ravenna, allora capitale imperiale, e di ritirarsi tra le colline per sfuggire alla malaria che imperversava nelle zone paludose del ravennate. Durante il viaggio fece una sosta in un paese di collina – noto come Monte dell’Uccellaccio – dove gli abitanti del luogo le offrirono in un bicchiere di legno il vino bianco locale noto come Albana. Entusiasta della bevanda, la principessa esclamò: “Non di così rozzo calice tu sei degno, bensì di berti in oro!”. L’esclamazione per rendere omaggio alla sua dolcezza “Degno di berti in oro!” sembra abbia dato il nome al paese di Bertinoro, che da allora è considerato la capitale di questo vino.
Un’altra storia controversa, trattandosi del vitigno più diffuso in Italia, riguarda il Sangiovese, nome che si dice sia stato coniato in un monastero a Santarcangelo di Romagna: durante un banchetto gli ospiti presenti, deliziati da questo vino, ne chiesero il nome. Con prontezza un monaco, prendendo spunto dal Colle Giove su cui si trovava il convento, rispose che era “Sanguis Jovis”, Sangue di Giove.
Il nome Pagadebit invece, ha una spiegazione più pragmatica, deriva dal fatto che il Bombino Bianco, il vitigno con il quale viene prodotto il suddetto vino, essendo particolarmente resistente alle intemperie e assicurando per sua natura un raccolto abbondante, garantiva al contadino durante le cattive annate, la sicurezza di pagare gli avventizi per il lavoro durante la vendemmia ma pure di saldare i debiti.
LaVoceRomagnola