22 Settembre, 2026 Cesenatico

Tra sacro e passione: il respiro profondo del Concerto di Pasqua a Cesenatico

Non è stato un semplice concerto, ma un vero percorso spirituale e musicale quello andato in scena ieri sera a Cesenatico. Il “Concerto di Pasqua” del Coro Polifonico Ad Novas, diretto con sensibilità da Monica Poletti, ha saputo costruire un equilibrio raro tra rigore esecutivo ed emozione condivisa.

L’apertura con il Canone in Re maggiore di Pachelbel ha subito creato un’atmosfera sospesa, quasi meditativa, valorizzata dall’acustica raccolta della chiesa. Da lì, il programma ha preso slancio con il brillante Preludio dal Te Deum di Charpentier, impreziosito dalla tromba di Giovanni Poletti: un intervento luminoso, preciso, capace di riempire lo spazio senza mai sovrastare.

Uno dei momenti più intensi è arrivato con l’Ave Maria e Oblivion di Piazzolla, dove la linea vocale del soprano Monica Poletti ha saputo fondere sacralità e malinconia contemporanea, creando un ponte emotivo tra epoche diverse. Il passaggio al repertorio antico con il “Sia laudato San Francesco” ha riportato l’ascolto a una dimensione più essenziale, quasi arcaica, ma profondamente suggestiva.

Il cuore del concerto è stato senza dubbio il Gloria RV 589 di Vivaldi, eseguito con equilibrio tra energia corale e precisione. I diversi movimenti hanno mostrato un coro compatto ma dinamico, capace di alternare potenza e leggerezza con naturalezza.

La seconda parte ha regalato momenti di grande raffinatezza: l’Aria sulla quarta corda e “Jesus bleibet meine Freude” di Bach hanno evidenziato la qualità dell’ensemble strumentale, mentre il “Pie Jesu” di Rossini, interpretato da Patrizia Bissoni, ha toccato uno dei vertici emotivi della serata, soprattutto per la dedica alle vittime della guerra.

Il finale con Jubilate Deo di Karl Jenkins ha chiuso il cerchio con energia e apertura, lasciando il pubblico in uno stato di coinvolgimento pieno e sincero.

Applausi lunghi, sentiti, meritati. Non solo per la qualità tecnica, ma per la capacità — sempre più rara — di trasformare un concerto in un’esperienza condivisa, viva, profondamente umana.

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