Lugo, 7 novembre 2025. Su un regionale diretto a Rimini un uomo, irregolare sul territorio, si masturba davanti a una ventenne, la blocca al posto, viene fermato a Lugo dopo l’allarme del capotreno e finisce in manette per violenza sessuale, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e interruzione di pubblico servizio. È l’ultimo episodio, il più brutale, di una serie di fatti che negli ultimi mesi hanno acceso un faro sui treni della Romagna.
Il 21 ottobre a Cesena un 22enne molesta una ragazza a bordo di un regionale: all’arrivo in stazione aggredisce i carabinieri intervenuti in sua difesa, ferendone uno. Il 15 luglio a Cattolica un 36enne importuna pesantemente una madre e la figlia di sei anni sul convoglio locale: quando i militari salgono sul treno, l’uomo reagisce con calci e pugni. Tre episodi, tutti in Romagna, tutti in pochi mesi, tutti con lo stesso copione: donne e ragazze sole, famiglie, un vagone che da spazio pubblico diventa luogo chiuso dove la minaccia è a pochi centimetri di distanza.
Sono “troppi”? Dipende da come guardiamo i numeri. Se rapportati alle migliaia di viaggi quotidiani sulla dorsale adriatica e sulle linee locali, questi casi restano statisticamente limitati. Ma la sicurezza non è solo statistica: è percezione, possibilità di sedersi su un regionale serale senza chiedersi chi si avvicinerà al prossimo sedile. E quando la violenza esplode nello spazio ristretto di un treno, l’effetto è moltiplicato: non c’è via di fuga, la vittima è esposta, gli altri passeggeri diventano testimoni impotenti.
Ecco, i racconti di “pericoli scampati”, di “rischi evitati per una fatalità”, di “molestie sgradite” (anche senza profili penali) riempiono ogni giorno i nostri social.
La domanda, allora, non è se i treni romagnoli siano “oggettivamente” sicuri, ma se stiamo facendo tutto il possibile perché lo siano. Gli interventi di polizia ferroviaria e carabinieri, in tutti e tre i casi, sono stati rapidi ed efficaci. Ma non basta arrivare dopo. Servono più pattuglie a bordo nelle fasce serali, cabine del capotreno davvero accessibili, pulsanti di emergenza ben visibili, campagne chiare per invitare passeggeri e personale a segnalare subito comportamenti molesti, sistemi di videosorveglianza funzionanti e utilizzati, protocolli condivisi con i Comuni per gestire chi viene fermato.
La Romagna si racconta da sempre come terra accogliente, aperta e sicura. Difendere questa identità significa dire con chiarezza che chi trasforma un treno in una zona franca di paura – chiunque sia, qualunque passaporto abbia – va fermato, perseguito, allontanato dalle carrozze. Non per alimentare allarmi indiscriminati o cacce al diverso, ma per garantire un diritto semplice e non negoziabile: salire su un treno di sera, tornare a casa e sapere che quel viaggio non diventerà un incubo.