Cesenatico, 31 marzo 1928, “anno VI”: in fondo al foglio c’è un timbro dell’Opera Nazionale Balilla – Comitato di Cesenatico. Sopra, un titolo secco: “TUTTI FERMI”. Sembra un ordine, invece è un gioco. Un regolamento minuto, scritto a macchina, che mette in scena un piccolo teatro all’aperto: i bambini in cerchio, mano nella mano; al centro un “cacciatore” con la palla. La lancia in aria, batte tre volte le mani, poi corre a riprenderla. Nel frattempo gli altri “si sciolgono e fuggono a guisa di lepre qua e là, badando però di non uscire da un confine già innanzi fissato e segnato”.
Quando il cacciatore afferra la palla grida “FERMI!” e le lepri si immobilizzano, in attesa del tiro. Da lì parte la prova di mira: colpire qualcuno. Chi viene centrato raccoglie la palla e diventa a sua volta cacciatore: una staffetta di ruoli, colpi e piccoli destini. Se la palla tocca una lepre ma si ferma fuori dal perimetro, si tira dal punto in cui è rimasta. E se sbagli la mira, cedi la palla al compagno successivo; se invece fai tre lanci in aria e non la riprendi “nel modo dovuto”, esci dal gioco.
Letto oggi, “Tutti fermi” è una fotografia sorprendente: un divertimento semplice, ma costruito su confini, turni, regole e parole d’ordine. Eppure, dentro quel lessico rigido, resta la cosa più viva: l’energia di un cortile, la corsa, il fiato corto, la risata trattenuta prima dello stop. Un’istruzione per giocare che, senza volerlo, racconta anche come, quasi un secolo fa, si imparava a stare insieme.
