Nella notte tra il 5 e il 6 ottobre 2017, a Ravenna, una diciottenne conosce due uomini in un locale di 35 e 36 anni. Ha bevuto molto. Viene accompagnata in un appartamento: una doccia, un caffè, poi un rapporto sessuale con uno dei due; l’altro riprende la scena con lo smartphone e conserva tre video. Lei denuncia una presunta violenza sessuale. Dopo anni di processo, arriva il finale: assoluzione in primo grado (aprile 2025), conferma in Appello e, il 23 gennaio, Cassazione. Formula: “il fatto non costituisce reato”.
Ed è qui che l’indignazione diventa inevitabile. Non perché si debba chiedere una condanna a prescindere, ma perché la distanza tra i proclami e la realtà si fa insopportabile.
Possiamo ripetere “Codice Rosso”, moltiplicare corsie preferenziali, spot e convegni. Ma se il messaggio che filtra è che una ragazza molto ubriaca può comunque prestare un consenso “pieno” – e che essere filmata durante l’atto è solo una sgradevolezza senza peso – allora la tutela resta un cartello fuori dal tribunale.
Perché l’alcol non è un dettaglio: altera percezione e capacità di opporsi. E un video non è folklore: è potere, controllo, possibile ricatto, umiliazione. Liquidarlo come “deprecabile ma irrilevante” rischia di normalizzare l’idea che il corpo possa diventare contenuto, purché la vittima non sia priva di sensi.
Così il “consenso” finisce per essere letto a posteriori come un gesto, una mimica, un’assenza di resistenza. È un criterio scivoloso, che nella vita vera diventa un precedente culturale: se non urli, se non cadi a terra, se riesci a dire una frase al telefono, allora “vale”. E intanto l’attenzione si sposta su di lei – quanto ha bevuto, come si muoveva – invece che su chi ha scelto di approfittare della situazione e di registrarla.
Se vogliamo davvero contrastare la violenza, serve una giustizia capace di vedere le zone grigie come luoghi di vulnerabilità, non come scorciatoie per assolvere. Altrimenti il “Codice Rosso” resta una promessa: luminosa nei comunicati, spenta nella vita delle persone. E ogni promessa spenta è un invito al silenzio, non alla denuncia.