22 Settembre, 2026 Cesenatico

Ulisse, la filiera romagnola delle macroalghe che vuole trasformare un rifiuto in risorsa

Sulla Riviera romagnola, ogni anno, il mare restituisce alla spiaggia grandi quantità di macroalghe. Per molti è un fastidio da rimuovere in fretta; spesso, infatti, quel materiale finisce in discarica come se fosse soltanto scarto. 

Da questa contraddizione nasce Ulisse, iniziativa ideata da un gruppo di giovani tra Cattolica e Cesenatico con un obiettivo semplice e ambizioso: dare valore a una risorsa già presente, costruendo una piccola economia circolare legata alle alghe dell’Adriatico.

Il progetto non parte da zero: il mercato delle alghe, in Europa e in diversi Paesi, è già maturo e anche in Italia non mancano aziende in grado di trasformarle. Il punto, però, è la provenienza della materia prima, oggi quasi sempre importata, soprattutto dall’Asia e più di recente da circuiti europei. Ulisse prova a cambiare prospettiva proponendo macroalghe cresciute interamente in Italia, tracciabili e legate a un territorio preciso.

Il primo passaggio potrebbe essere pratico: recuperare le alghe che finiscono accidentalmente nelle reti da pesca, portandole a terra invece di ributtarle in mare. Ma qui emergono i nodi più complessi: le macroalghe vanno considerate prodotto ittico o vegetale? E quali procedure igienico-sanitarie servono per un uso alimentare o affine? Senza un quadro normativo chiaro, trasformare l’idea in filiera commerciale resta difficile.

Lungo la costa romagnola le specie più frequenti includono Gracilaria, Ulva e Codium: la prima è preziosa per l’agar agar, le altre hanno applicazioni anche in cucina. Proprio questa varietà rende urgente definire regole e standard. Intanto Ulisse guarda anche alla coltivazione in mare aperto, sfruttando fotosintesi e nutrienti già presenti lungo il litorale, per una produzione controllata e a basso impatto.

A sostenere il percorso c’è la cooperativa I.T.A.C.A., scelta che racconta la volontà di lavorare insieme tra innovazione, pesca e sostenibilità. E di dimostrare che, a volte, un’idea nuova può nascere anche da ciò che il mare lascia sulla riva.

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