Oggi, 28 gennaio, è trascorso esattamente un anno da quella mattina d’inverno in cui, all’alba, Cesenatico vide il proprio porto trasformarsi in un teatro di sirene e luci blu.
Era il 28 gennaio 2025 quando il peschereccio “Calimero” finì nei guai a poche centinaia di metri dall’imboccatura del porto canale, lato ponente: un urto con la scogliera o con le barriere frangiflutti, l’incaglio, poi l’acqua che entra e la barca che si adagia sul fondale, inclinata, mentre la costa resta lì vicinissima.
Al di là di una dinamica che, ancora oggi, solleva interrogativi, i soccorsi arrivarono in fretta. Guardia Costiera, mezzi in mare, assistenza sanitaria: l’obiettivo, prima di tutto, era portare a riva le persone. E così fu: i quattro membri dell’equipaggio vennero recuperati e messi in sicurezza.
Poi restò la barca, da mettere in sicurezza con l’attenzione inevitabile al carburante a bordo e al rischio di sversamenti. Fino all’ammissione più triste: il Calimero non potrà tornare più in mare. Sono passaggi tecnici, ma per chi vive il porto hanno anche un peso emotivo: è il momento in cui capisci che non è stato solo “un incidente”, ma una perdita.
Perché qui la barca non è soltanto un mezzo: è un nome dipinto sulla fiancata, una storia di turni, reti, manutenzioni, partenze al buio e rientri con il sale addosso. È un investimento, certo, ma soprattutto è identità. Per la marineria di Cesenatico perdere una barca è sempre un lutto: si perde un compagno di lavoro, un simbolo, un pezzo di memoria collettiva.
A un anno di distanza, il ricordo del “Calimero” è un invito a rispettare il mare e chi lo vive ogni giorno. E a stringersi, ancora una volta, attorno al porto: il cuore della città, dove ogni barca conta.
