Arriva quando il cielo ha ancora il colore del sonno. La sua bicicletta fruscia sul vialetto umido e, come un segnale segreto, dal verde sbucano presenze silenziose: i gatti appaiono dai cespugli, le oche ondeggiano dal laghetto, persino le nutrie avanzano guardinghe. Lei sorride, appoggia il mezzo al lampione, apre le borse e il parco si fa casa.
Succede ogni mattina, sette giorni su sette, trecentosessantacinque giorni l’anno. Non esiste pioggia che tenga, né freddo che spaventi. Il suo passo è una promessa mantenuta, un appuntamento che conoscono solo quelli che corrono presto, i runner con il fiato corto e lo sguardo complice: testimoni discreti di un rito che non chiede platee.

La signora del parco parla poco; contano i gesti. Divide il pane in briciole pazienti, chiama per nome i più affezionati, allontana con dolcezza i più vivaci. Ogni creatura, nutrita, trova il suo posto; e anche il parco sembra respirare meglio.
Quando il sole supera i tetti e il mondo s’inceppa nel traffico, lei richiude le borse, carezza un gatto, sistema la cesta rossa. Riparte piano, come è arrivata. Resta la scia di un bene umile e tenace, il segreto più romantico del Levante: una donna che, all’alba, ricordandoci la misura, dà da mangiare praticamente a tutti. E così il parco, per qualche ora, diventa più umano.
