22 Settembre, 2026 Cesenatico

La Uno Bianca torna in prima pagina. E a Cesenatico riemerge la ferita dell’estate ’90

Torna a farsi sentire, oltre 20 anni dopo, la voce dei familiari: «Le indagini vanno avanti, con strumenti che allora non c’erano. Speriamo nella tecnologia», ripetono, mentre la Regione prepara una rassegna di mostre e incontri fra novembre e gennaio, con un sito che raccoglierà memorie, foto, ricordi di chi c’era e di chi non c’era.

È un cantiere della memoria attiva quello legato alle tragiche pagine della Uno Bianca: oltre ai numeri gelidi — 23 morti, 114 feriti, oltre 100 azioni tra il 1987 e il 1994 — tornano nomi, luoghi, storie. E in controluce riaffiora anche Cesenatico.

È venerdì 10 agosto 1990. Sul litorale un turismo realmente “di massa” tra l’odore di crema solare e catrame caldo. Al distributore Monte Shell di Cesenatico la giornata scorre come tante: rifornimenti, un caffè al volo, il mare a due passi. 

Poi l’istante che spezza la quiete: una rapina lampo, lo schema che diventerà firma: arrivo fulmineo, minacce con pistola, presa dell’incasso, fuga su utilitaria, la “solita” Uno bianca. Restano un ferito e un bottino da circa 1,5 milioni di lire. Il resto è silenzio, sirene, verbali.

Non c’è epica, in quella manciata di minuti. C’è l’ordinaria crudeltà di una banda capace di colpire ovunque appaia facile, anche nel cuore dell’estate romagnola. Il giorno dopo, gli ombrelloni si riaprono, ma qualcosa si è incrinato: il benzinaio guarda la strada più spesso del solito, i clienti tagliano corto. La paura cambia le abitudini, proprio come accadde in tutta l’area metropolitana bolognese: la Uno Bianca forzò il confine tra tempo libero e insicurezza, tra quotidiano e imprevisto armato.

Per Cesenatico quella rapina resta una ferita simbolica: non un eccidio, non un assalto spettacolare, e tuttavia un segno netto, inciso nella cartografia dei colpi che, tra il 1990 e il 1991, scandirono la “campagna d’estate” della banda lungo la Riviera. 

In quelle stesse settimane si accumularono episodi contro distributori tra Bologna e Romagna; l’anno dopo, la scia di sangue avrebbe toccato punte ancora più drammatiche.

Oggi, mentre Bologna allestisce “Uno Bianca per chi l’ha vista. Una storia per chi non c’era” — con mostre in biblioteca, a Palazzo d’Accursio e al MAMbo, e un archivio digitale per raccogliere testimonianze — l’eco di Cesenatico torna utile: ricorda che quella vicenda non fu un racconto lontano, ma un fruscio costante tra pompe di benzina, banche, caselli, strade di provincia. E che fu arrestata solo anni dopo, tra il 1994 e il 1997, con condanne durissime ai fratelli Savi e ai loro complici.

I familiari insistono sul perché: «Troppi morti senza una logica». Le nuove tecniche — dall’estrazione del DNA su reperti un tempo muti alle comparazioni balistiche e digitali — potrebbero aprire spiragli su episodi rimasti più opachi. 

È difficile dire se arriveranno risposte definitive; ma intanto la memoria collettiva serve a non lasciare scivolare quella storia nell’oblio. Anche a Cesenatico, dov’è bastata una rapina di poche lire per incrinare una stagione e cambiare, per sempre, il modo di guardare una stazione di servizio affacciata sul mare.

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