7 Novembre, 2026 Cesenatico

Urbanistica “à la carte”: a Cesenatico il futuro si serve lotto per lotto 

di Peppe Panella

C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel cambiamento, soprattutto quando somiglia così tanto al passato. 

Basta allontanarsi un po’, socchiudere gli occhi, e Cesenatico appare come una città in fermento, dinamica, quasi visionaria. Poi ci si avvicina, si mettono a fuoco i dettagli e il déjà-vu è servito: stessi meccanismi, stesso lessico aggiornato, stessa sostanza del passato che rimembra una sola parola: cemento, tanto cemento. Pure troppo.

Una volta si chiamava sviluppo turistico. Oggi si chiama “rigenerazione urbana”. Domani, chissà, forse “armonizzazione volumetrica sostenibile”. Nel nuovo strumento urbanistico approvato appena qualche anno fa come sarà scritta la nuova definizione? 

Però le parole si sa, evolvono, si raffinano, si alleggeriscono. Bisogna mitigare, anche nel lessico da dare in pasto a giornali e sociale media. Il calcestruzzo armato, invece, mantiene una certa coerenza semantica: occupa spazio, molto spazio e difficilmente lo restituisce alla città. 

Gli anni ’60 e ’70 avevano almeno l’onestà brutale dell’urgenza: abbattere, costruire, accogliere turisti, crescere. Cresceva il turismo, Cresceva Cesenatico. 

Ed è proprio nel nome di questo teorema che sono stati distrutti gran parte dei villini liberty bellissimi affacciati su Viale Carducci. Ne sono rimasti pochissimi e quei pochi sono stati sommersi dallo “sviluppo turistico” di tanti anni fa. 

Bisogna contestualizzare suggerirebbe la dottrina sociologica più intransigente. È vero anche questo. Oggi invece si preferisce un tono più elegante, quasi terapeutico. Non si demolisce: si rigenera. Cambia l’orchestra ma la musica è (quasi) sempre la stessa. 

Non si costruisce: si riqualifica. Non si vende: si valorizza. E così, tra un “ex” e l’altro, ex Coop, ex Nuit, ex Hotel Pino, la città sembra trasformarsi con uno skyline che ha una presenza imbarazzante di gru, camion e attrezzature da cantiere. 

Avete visto il “buco” in viale Roma dopo che è stato demolito l’edificio della ex Coop? Tanta luce, tanta aria ed enormi spazi liberi. Almeno in qualche punto e seppur provvisoriamente, la città sta prendendo una boccata di ossigeno. Si respira.

Certo, negli accordi sottoscritti con i privati che vogliono costruire e guadagnare (legittimamente) soldi, c’è la riduzione delle volumetrie e viene preservato l’interesse pubblico. Tutto giusto, anzi un gesto nobile, quasi ascetico. Un mantra per la classe politica locale. 

Prendiamo atto, tuttavia, che tale concetto coincide perfettamente e sorprendentemente con la domanda di mercato: appartamenti più piccoli, più costosi al metro quadro, più facili da collocare. Quelli di fascia medio alta per intenderci. Una coincidenza straordinaria, che dimostra come l’interesse pubblico e quello privato possano “miracolosamente” convergere. 

Nel frattempo, il disegno complessivo della città resta un’opera astratta, forse ancora in fase concettuale o, forse, semplicemente non prevista. Si procede per episodi, per accordi, per opportunità. Una specie di urbanistica “on demand”, dove il futuro si costruisce lotto per lotto, trattativa per trattativa, in una sorta di mercantilismo arabeggiante. 

Un mercato dove si espone la merce, travestita da “riqualificazione” e si contratta per riscattare il miglior prezzo. In tutto questo resta solo da capire cosa ci guadagna la città. Ai posteri l’ardua sentenza.

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