Non soltanto nelle tazzine. Tracce di caffeina possono arrivare anche in mare e finire negli organismi che popolano le acque costiere. A studiare il curioso fenomeno è stata una tesi magistrale dell’Università di Bologna, realizzata nel 2014 da Marco Antonelli e intitolata “Determinazione di caffeina in acque superficiali e valutazione del bioaccumulo nei mitili”.
Il punto di partenza della ricerca fu proprio Cesenatico. Alcuni campioni di acqua marina prelevati al largo della costa vennero utilizzati per un esperimento ecotossicologico condotto su esemplari di Mytilus galloprovincialis, il comune mitilo mediterraneo. Le vasche furono suddivise in quattro differenti condizioni e nell’acqua vennero aggiunte concentrazioni prestabilite di caffeina, allo scopo di osservarne l’andamento nel tempo e gli eventuali effetti sui molluschi.
Il primo dato sorprendente emerse ancora prima di valutare il comportamento della sostanza introdotta artificialmente. Nella matrice marina erano infatti presenti valori di fondo giudicati elevati, pari a circa 100 nanogrammi per litro. Una quantità infinitesimale, ben lontana dall’avere qualsiasi effetto stimolante, ma sufficiente a essere individuata attraverso sofisticate analisi di laboratorio.
Nel corso della settimana di osservazione la concentrazione della caffeina diminuì più velocemente rispetto a quanto indicato da altri studi. Secondo l’ipotesi formulata nella tesi, oltre alla degradazione provocata dalla temperatura e dalla luce solare avrebbe potuto contribuire anche l’attività di filtrazione dei mitili. Questi animali, infatti, fanno passare continuamente grandi quantità d’acqua attraverso il proprio organismo per ricavarne le sostanze nutritive.
Le analisi condotte al termine dell’esperimento rilevarono caffeina sia nell’emolinfa, il liquido circolatorio dei molluschi, sia nei tessuti. Nell’emolinfa il bioaccumulo risultò collegato alle diverse concentrazioni presenti nelle vasche. Nei tessuti, invece, la distribuzione apparve sostanzialmente uniforme: un elemento che portò a ipotizzare un assorbimento già avvenuto nell’ambiente marino prima dell’esperimento.
Il risultato non significa, naturalmente, che le cozze di Cesenatico siano “cariche di caffè” o che il loro consumo rappresenti un rischio. La maggior parte delle concentrazioni utilizzate fu aggiunta volontariamente dai ricercatori e le quantità ambientali erano estremamente ridotte. Lo studio offre però un’immagine singolare della nostra quotidianità: persino una sostanza associata a uno dei gesti più comuni, bere un espresso, può lasciare una traccia microscopica nel mare e negli organismi che lo abitano.