7 Novembre, 2026 Cesenatico

La diocesi che impara a camminare senza nostalgia

C’è un dettaglio, nelle parole del vescovo di Cesena-Sarsina (leggi qui), che colpisce più di altri: non la diagnosi, severa ma realistica, di una diocesi con pochi preti e molti cambiamenti; non l’elenco delle emergenze sociali; non perfino il progetto, suggestivo e concreto, della “mensa della fraternità”. Il dettaglio decisivo è un altro: il rifiuto della nostalgia.

Per anni una parte del discorso ecclesiale si è nutrita di un rimpianto quasi liturgico: c’erano più sacerdoti, più vocazioni, più pratica religiosa, più obbedienza sociale, più centralità. Oggi monsignor Caiazzo prende atto che quel mondo non c’è più, e invece di trasformare questa constatazione in lamento, ne fa un punto di partenza. È molto più rivoluzionario di quanto sembri. Perché la nostalgia, in fondo, è la forma più elegante dell’impotenza: commemora il passato per evitare di abitare il presente.

Qui invece si intravede un’altra postura. Quando il vescovo dice che bisogna “lavorare in rete”, costruire comunità più ampie e corresponsabili, sta dicendo una cosa che nella Chiesa italiana suona ancora quasi scandalosa: il tempo della supplenza clericale permanente è finito. Non perché venga meno il valore del sacerdote, ma perché una Chiesa adulta non può continuare a vivere come se tutto dovesse passare da una sola figura, per giunta sempre più sola, anziana e affaticata. È un cambio di grammatica, prima ancora che di organizzazione.

Anche sulla povertà Caiazzo evita la trappola più comune: quella del sentimentalismo. Chiamare “mensa della fraternità” ciò che troppo spesso viene archiviato come “mensa dei poveri” non è un vezzo linguistico. È una correzione di sguardo. Le parole, come dice lui, contano: eccome se contano. Perché possono soccorrere senza umiliare, accogliere senza classificare, aiutare senza trasformare l’altro in un caso umano da esibire. È una lezione non solo pastorale, ma civile.

E poi c’è Cesenatico, il laboratorio più spigoloso. Turismo e fragilità, decoro e marginalità, paura e solidarietà. Qui il vescovo non indulge né al buonismo automatico né al manganello morale. Ricorda che la carità non è ingenuità e che l’aiuto vero incontra anche il mistero irriducibile della libertà personale. Parole scomode, ma necessarie in un Paese che oscilla sempre tra l’adorazione astratta degli ultimi e il fastidio concreto per chi disturba il paesaggio.

In fondo, il punto è questo: Caiazzo sembra intuire che oggi la Chiesa o torna a essere presenza, oppure diventa arredamento. Non le basta più esserci per tradizione; deve meritarsi ascolto attraverso relazioni, credibilità, prossimità. È una sfida enorme. Ma almeno, in queste parole, non si sente il crepitio delle formule. Si sente, piuttosto, il rumore più raro e più promettente: quello di una Chiesa che prova ancora a pensare.

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