Da poco più di un anno alla guida della diocesi di Cesena-Sarsina, monsignor Antonio Giuseppe Caiazzo ha già impresso uno stile pastorale ben riconoscibile, fatto di presenza sul territorio, ascolto diretto e una visione capace di unire concretezza e profondità. Nominato da Papa Francesco il 7 gennaio 2025 e insediatosi il 16 marzo successivo, il vescovo ha visitato a lungo e in largo il territorio, entrando nelle dinamiche delle diverse comunità, comprese quelle più complesse e simboliche di Cesenatico.
Qui il suo sguardo assume un valore particolare: tra turismo, fragilità sociali e vita comunitaria, il litorale rappresenta uno dei banchi di prova più significativi della sua azione pastorale.
Eccellenza, partiamo da una visione generale: che diocesi ha trovato al suo insediamento e come sta cercando di plasmarla?
“Ho trovato una diocesi viva, ma attraversata da cambiamenti profondi, soprattutto sul piano demografico ed ecclesiale. Il primo atteggiamento che ho cercato di assumere è stato quello dell’ascolto: non si arriva in una realtà nuova pensando subito di avere qualcosa da insegnare, prima bisogna capire.
Venendo da un’altra esperienza, ho percepito subito alcune differenze importanti. Qui il numero dei sacerdoti è ridotto e l’età media è molto alta, oggi pari a 68 anni. Questo rende inevitabile una riorganizzazione della pastorale. Non si può più pensare a una presenza capillare come in passato: occorre lavorare in rete, costruendo comunità più ampie e corresponsabili.
Allo stesso tempo, però, ho trovato grande disponibilità da parte delle persone e delle istituzioni. Questo mi ha aiutato molto a sentirmi presto parte integrante del territorio. Oggi posso dire, senza esitazione, che il mio cuore è qui”.
Uno dei punti più rilevanti del suo progetto diocesano riguarda la nuova Caritas e una “mensa della fraternità” per Cesena. Di cosa si tratta?
“È un progetto a cui tengo molto, perché rappresenta in modo concreto la visione di Chiesa che vorrei. Anzitutto, non mi piace parlare di ‘mensa dei poveri’. Le parole contano: usare quell’espressione significa già creare una distinzione, mettere un’etichetta. Preferisco parlare di ‘mensa della fraternità’, cioè di un luogo in cui chiunque possa entrare senza sentirsi classificato o giudicato.
L’idea è realizzare una nuova struttura accogliente e bella, perché ai poveri non dobbiamo offrire gli scarti, ma il meglio. Un luogo dove non ci si limiti a mangiare, ma si possano creare relazioni, ascoltare e accompagnare le persone.
Questo progetto nasce dall’esperienza concreta: ho visitato molte realtà, ho visto situazioni di sofferenza ma anche tante risposte generose. Ora, però, serve un salto di qualità, dando una casa più adeguata a questo servizio. Qualcuno mi chiede dove troveremo le risorse. Io rispondo con semplicità che, quando i progetti sono giusti, i mezzi si trovano. È sempre stato così. E sono convinto che anche qui, in un territorio come il nostro, non mancherà la generosità”.
Spostandoci su Cesenatico: il tema dei clochard nell’area dei Cappuccini resta molto sentito, soprattutto dopo quanto accaduto negli ultimi anni. Qual è la situazione oggi?
“È una realtà complessa, che va affrontata con grande onestà intellettuale. Non si può ridurre tutto a uno schema semplice. A Cesenatico esistono situazioni diverse: ci sono persone che si trovano in difficoltà e chiedono aiuto, mentre altre, per ragioni differenti, rifiutano percorsi di accompagnamento.
La cosa importante da dire è che non siamo fermi. C’è una collaborazione concreta con l’amministrazione comunale, che ha dimostrato in più occasioni di voler affrontare il problema in modo serio. Anche la Chiesa, attraverso la Caritas, offre servizi come pasti, docce e ascolto.
Tuttavia bisogna essere chiari: non sempre il problema è la mancanza di strumenti. Sta anche al libero arbitrio delle persone scegliere se intraprendere un percorso. Abbiamo avuto riscontro, anche a Cesenatico, di persone che hanno ricevuto aiuti concreti, perfino la possibilità di tornare nella propria città o di trovare un lavoro, e che poi hanno scelto di tornare alla situazione precedente.
Questo non significa che dobbiamo smettere di aiutare, anzi. Però dobbiamo dire con chiarezza che il vero aiuto passa attraverso la responsabilità personale. Noi siamo sempre pronti a fare la nostra parte, ma non possiamo sostituirci alla libertà dell’altro. Ecco perché il lavoro con le istituzioni è fondamentale: permette di affrontare le situazioni in modo coordinato, evitando sia l’abbandono sia l’assistenzialismo fine a sé stesso”.
In passato queste dinamiche hanno generato anche tensioni nella comunità locale. Come si costruisce un equilibrio?
“Attraverso il dialogo e la conoscenza reciproca. Spesso le tensioni nascono dalla paura o dall’immaginazione di scenari che poi non si verificano. Quando invece si lavora insieme, condividendo obiettivi e responsabilità, le cose cambiano.
A Cesenatico, come in altri luoghi della diocesi, ho visto che quando nasce una collaborazione vera tra Chiesa e amministrazione si riescono a trovare soluzioni equilibrate. È un lavoro lento, che richiede pazienza, ma è l’unica strada possibile”.
L’esperienza nella malattia di don Mirko Bianchi, parroco a Villamarina e Gatteo Mare, continua a colpire profondamente la comunità. Che significato assume la sua testimonianza?
“Don Mirko è un esempio straordinario di che cosa significhi vivere il sacerdozio in profondità. La malattia che sta affrontando non lo ha fermato, anzi, ha reso ancora più evidente la forza della sua vocazione.
Quando una persona vive una prova così dura potrebbe chiudersi in sé stessa o ribellarsi. Lui invece continua a donarsi, a essere presente, a partecipare attivamente alla vita della diocesi anche nei momenti più difficili. La sua testimonianza comunica più di tanti discorsi: è una predicazione fatta con la vita.
E questo, soprattutto per i giovani, ha una forza enorme. Sui social certe parole possono essere fraintese, ma quando si incontra una persona come lui, quando si ascolta dal vivo la sua storia, si comprende subito la profondità del messaggio. Sta toccando molti cuori, e non solo tra i credenti”.
Veniamo al tema delle vocazioni, probabilmente il più delicato. Stiamo davvero attraversando una fase di crisi?
“Viviamo certamente una fase difficile. Il numero dei sacerdoti è diminuito e la struttura pastorale deve adattarsi. Oggi un singolo prete segue più parrocchie ed è costretto a spostarsi continuamente.
Tuttavia, parlare soltanto di crisi sarebbe riduttivo. Vedo anche segnali di speranza molto concreti: ci sono giovani che si stanno avvicinando attraverso percorsi di discernimento, alcuni dei quali sono già entrati in contatto con il seminario. Non si tradurranno subito in grandi numeri, ma sono segni importanti.
Soprattutto, questi segnali nascono da esperienze autentiche: l’incontro con sacerdoti credibili, momenti di preghiera vissuti intensamente, comunità capaci di accogliere. Inoltre, non dimentichiamo che stanno arrivando nuovi sacerdoti, presenze fresche che aiuteranno a sostenere il lavoro pastorale. È un cammino lento, ma reale.
Io credo molto nella forza della testimonianza: quando un giovane vede un prete felice del proprio ministero, libero e capace di donarsi, allora può nascere una domanda. Ed è da lì che iniziano le vocazioni”.
Quali prospettive immagina per il futuro della diocesi, anche guardando a realtà decentrate come Cesenatico?
“Immagino una Chiesa sempre più radicata nel territorio, capace di stare dentro le situazioni concrete senza semplificarle. Una Chiesa che non si limiti a offrire servizi, ma costruisca relazioni. Che non giudichi, ma accompagni. Che non parli dall’alto, ma cammini accanto alle persone.
Progetti come la mensa della fraternità vanno in questa direzione, così come l’attenzione ai giovani, ai poveri e a chi vive situazioni di fragilità. Anche a Cesenatico, con tutte le sue complessità, credo che questa sia la strada: non contrapporre, ma unire; non semplificare, ma comprendere; non fermarsi ai problemi, ma provare a trasformarli in opportunità”.
Monsignor Caiazzo descrive così una diocesi in piena trasformazione, chiamata a fare i conti con limiti evidenti, dalla carenza di sacerdoti alle nuove povertà, ma capace allo stesso tempo di esprimere energie inattese. In questo senso Cesenatico diventa uno specchio dell’intero territorio: un luogo in cui le difficoltà sono ben visibili, ma dove, come sottolinea il vescovo, “se si lavora insieme, qualcosa può davvero cambiare”.