7 Novembre, 2026 Cesenatico

Il volto nascosto de Il Pesce fa Festa: “Prezzi più bassi? Ecco perchè è difficile”

Il maltempo ha inevitabilmente segnato l’ultima edizione de Il Pesce fa Festa, lasciando dietro di sé qualche delusione e molte domande sul futuro di una delle manifestazioni più identitarie per Cesenatico. Ma per capire davvero cosa non abbia funzionato, e soprattutto cosa si potrebbe migliorare, occorre ascoltare chi la festa la vive dall’altra parte del banco. Nevio Torresi, pescatore di lunga esperienza e presidente dell’Associazione “Tra il Cielo e il Mare APS”, già Presidente della Cooperativa, da anni impegnato nella valorizzazione della marineria e del pescato locale, offre uno sguardo diretto, senza troppi giri di parole.

Tra i costi sempre più difficili da sostenere, le disparità tra gli stand, la qualità del pesce e una tradizione che rischia di sbiadire, la sua è anche una riflessione profondamente umana. Perché dietro ogni piatto, prima ancora che un prezzo, si nasconde un mestiere, una storia: quella di persone che continuano a credere nel mare.

Nevio, partiamo dall’ultima edizione. Che bilancio ne fa dal punto di vista di chi lavora negli stand?

“È stata un’edizione complicata. Noi abbiamo chiuso due sere consecutive per la bora e il freddo: a un certo punto bisogna anche fare delle scelte, senza rischiare di far ammalare le persone per guadagnare qualche soldo. Poi ci sono stati problemi legati alla collocazione e alla disposizione degli stand. Personalmente, ho scelto di venire sul porto perché per anni ero rimasto un po’ relegato in Piazza del Monte. Dal punto di vista economico, probabilmente, prima mi conveniva di più, ma volevo fermamente stare qui. Il problema è che, con tre stand disposti in quel modo, qualcuno finisce inevitabilmente per soffrire. Si creano incroci, file che si sovrappongono e difficoltà anche per i clienti abituali. Non è una questione di voler stare davanti agli altri: serve una disposizione che dia a tutti la stessa possibilità di lavorare”.

Quindi la collocazione degli stand è uno degli aspetti da rivedere?

“Assolutamente. Da anni propongo una rotazione: un’edizione da una parte e una dall’altra, per garantire a tutti le stesse opportunità. Ma non è stato possibile. Credo che una manifestazione del genere debba trovare un equilibrio, individuare una soluzione affinché nessuno rimanga schiacciato. In molti concordano con me, ma se non cambia nulla il problema resta”.

C’è poi il tema dei prezzi, probabilmente quello che ha suscitato più discussioni tra i visitatori. Si può fare meno di così?

“Bisogna capire cosa c’è dietro un prezzo. Affittiamo uno stand che costa migliaia di euro, un impianto a gas che comporta spese importanti e celle frigorifere che consumano continuamente, oltre a personale e mesi di preparazione. Senza trascurare il caro gasolio ed energia. Il pesce va acquistato, pulito, lavorato, abbattuto e conservato. Sono operazioni che richiedono tempo e manodopera. Per fare un esempio, una grigliata da noi costa 15 euro. Eppure, se dovessi calcolare ogni singola voce di spesa, dovrei probabilmente chiedere ancora di più. Non credo che i nostri prezzi siano fuori mercato: rispetto ad un ristorante, dove i prezzi sono aumentati proporzionalmente, spesso si spende anche la metà”.

Proprio il confronto con i ristoranti è stato frequente. Alcuni visitatori hanno lamentato di aver mangiato altrove spendendo meno.

“Il confronto va fatto correttamente. Bisogna chiedersi che pesce si ha mangiato e, soprattutto, da dove arriva. La proposta degli stand viene regolamentata da un disciplinare che ci impone di utilizzare pesce dell’Adriatico, o comunque Mediterraneo quando previsto, mentre le altre attività non hanno gli stessi obblighi. Una seppia nostrana non costa come una seppia importata, e soprattutto non ha necessariamente le stesse caratteristiche. Lo stesso vale per gamberi, calamari e altri prodotti. Quando proponiamo una grigliata, inoltre, indichiamo quello che mettiamo nel piatto. Mi piacerebbe che tutti facessero altrettanto. Altrimenti il cliente confronta soltanto il prezzo, senza sapere davvero cosa sta acquistando”.

Hai una stima della provenienza del pesce utilizzato nella ristorazione locale?

“Per quello che vedo e per i confronti che faccio regolarmente, ritengo che una parte molto consistente, intorno all’80 per cento, sia di importazione. È una mia valutazione, non un dato statistico certificato. Ma è una realtà che dovrebbe farci riflettere. Cesenatico vive di mare: dalla pesca alla ristorazione, dai mercati fino alle cooperative ed al turismo. Se la materia prima arriva prevalentemente da fuori, si indebolisce tutto il sistema economico cittadino. Non è soltanto una questione che riguarda i pescatori”.

Eppure, proprio la festa potrebbe essere l’occasione per avvicinare il pubblico al pescato locale.

“È quello che cerchiamo di fare da anni. Quando ho la possibilità, spiego alle persone come riconoscere il pesce fresco, come comprarlo e come cucinarlo. Bisogna guardare gli occhi, le squame, conoscere la provenienza e capire anche come è stato pescato. Non tutti i prodotti sono uguali, nemmeno quando appartengono alla stessa specie. La festa dovrebbe essere anche questo: un momento in cui il visitatore mangia, ma porta a casa qualcosa in più”.

In passato ha organizzato anche laboratori e attività per i bambini.

“Sì, ed è una delle cose a cui tengo maggiormente. Ho portato i bambini davanti al pesce, ho insegnato loro a pulirlo, a riconoscerlo e capire cosa stavano mangiando. Una volta abbiamo perfino coinvolto circa 300 bambini in un’attività del genere. Si divertono, imparano e spesso superano anche qualche diffidenza. Avevo organizzato incontri con biologhe, momenti musicali e attività di divulgazione mentre le persone mangiavano. Non servono soltanto convegni: si può fare cultura anche a tavola. Una manifestazione del genere non deve essere esclusivamente un’occasione per consumare”.

È anche una questione di educazione alimentare, soprattutto per le nuove generazioni?

“Certamente. Abbiamo lavorato perché il pesce locale potesse trovare spazio anche nelle mense scolastiche. È importante distinguere tra un prodotto e un altro. Mangiare il nostro pesce non è la stessa cosa che mangiare un filetto di pangasio o di tilapia. Non significa che tutto quello che arriva dall’estero sia necessariamente cattivo, ma bisogna conoscere le differenze. E bisogna dare ai bambini la possibilità di conoscere i prodotti del territorio. Oggi, con entrambi i genitori che lavorano e ritmi di vita sempre più frenetici, si rischia di perdere il rapporto con la cucina e con le tradizioni”.

Che cosa dovrebbe diventare, allora, Il Pesce fa Festa?

“Una manifestazione che sappia tenere insieme gastronomia, cultura e identità. Cesenatico ha una storia importante legata alla cucina di mare. Io vorrei che si tornasse a raccontarla, coinvolgendo pescatori, esperti, biologi e soprattutto i bambini. Non basta mettere qualche stand e aspettare che la gente venga a mangiare. Bisogna spiegare perché quel pesce è importante, da dove arriva e quanto lavoro c’è dietro. In passato ho avuto modo di farlo anche attraverso il Festival del Mare, nato proprio a Cesenatico, con incontri tra pescatori, artisti e ospiti di rilievo nazionale. Era un modo per unire divulgazione e intrattenimento”.

E il futuro della pesca, intanto, non sembra particolarmente roseo.

“La situazione è difficile: le barche sono diminuite, i giovani faticano ad avvicinarsi al mestiere e i pescatori si trovano a sostenere costi e adempimenti sempre maggiori. Servono regole che tengano insieme la tutela ambientale e quella economica. Il mare va protetto, ma bisogna anche consentire a chi ci lavora di continuare a farlo nelle giuste condizioni. E bisogna investire anche nella sicurezza delle imbarcazioni, molte delle quali sono ormai vecchie. Se scompare la pesca, Cesenatico perde una parte fondamentale della propria identità”.

Se potessi indicare una priorità a chi organizza la manifestazione, quale sarebbe?

“Rimettere al centro il lavoro e la cultura del mare. Dare agli stand condizioni eque, valorizzare chi utilizza davvero il pescato locale e costruire un programma che non si esaurisca nella somministrazione. Quest’anno spero almeno di chiudere in pareggio, dopo cinque mesi di lavoro e tante difficoltà, ma non è soltanto una questione economica. Vorrei che questa festa avesse un significato più grande. Il mare ci dà da vivere, sostiene il turismo, la ristorazione e un’intera comunità. Dobbiamo imparare a rispettarlo e, soprattutto, a raccontarlo”.

Il racconto di Torresi restituisce così una questione che va ben oltre il bilancio, inevitabilmente condizionato dal maltempo, di un singolo fine settimana. Il Pesce fa Festa si trova davanti ad una scelta di vera identità: limitarsi a restare un appuntamento gastronomico oppure tornare a rappresentare, fino in fondo, la comunità che lo rende possibile. Perché non si tratta soltanto di vendere qualche piatto in più, ma di riconoscere il valore di chi il pesce lo pesca, lo seleziona e lo pulisce, fino a portarlo in tavola. Di garantire agli espositori condizioni eque, di raccontare con trasparenza la provenienza del prodotto e di restituire ai visitatori quella cultura del mare che un tempo si tramandava naturalmente, da una generazione all’altra.

Nelle parole di Nevio c’è anche una certa malinconia, quella di chi vede assottigliarsi il mondo al quale ha dedicato una vita, ma non ha ancora smesso di immaginare come salvarlo. I laboratori per i bambini, il coinvolgimento dei clienti, la musica, gli incontri con gli esperti: non sono semplici iniziative collaterali, ma il tentativo di lasciare qualcosa a chi verrà dopo: “Non basta mettere qualche stand e aspettare che la gente venga a mangiare”, è il senso del suo messaggio. E forse è proprio da qui che Cesenatico dovrebbe ripartire: dalla consapevolezza che il mare non è soltanto una risorsa da consumare, ma un patrimonio da conoscere, rispettare e tramandare. E una festa che porta il suo nome ha il dovere di custodirlo.

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