7 Novembre, 2026 Cesenatico

La vela di Tinin e la memoria che non sappiamo custodire

C’è una domanda che a Cesenatico ritorna ogni volta che lo sguardo cade sul porto e su quella grande struttura che dovrebbe accendersi come un segno, come una presenza, quasi come un faro: perché facciamo così fatica a custodire i nostri simboli? A rendere l’interrogativo attuale è una lettera che ci ha inviato una nostra lettrice (Barbara B.) che ci ha chiesto per quale ragione la vela luminosa dedicata a Tinin Mantegazza sia sempre spenta.

Partiamo da una premessa: quell’opera non rappresenta soltanto un’opera visibile nello skyline del canale. Rappresenta una storia. Rappresenta un legame profondo fra un artista e la sua città d’adozione. Tinin Mantegazza, scomparso nel 2020, non è stato un personaggio qualunque: autore, illustratore, sceneggiatore, uomo di teatro, creatore di linguaggi e immaginari, fu il padre di Dodò dell’“Albero Azzurro” e, per Cesenatico, una figura capace di lasciare tracce concrete e poetiche insieme. Fra queste, il progetto del Presepe della Marineria e proprio quella vela di luce che negli anni è diventata uno dei segni più riconoscibili del porto. 

Per questo il tema non è soltanto tecnico. Non riguarda solo una lampadina fulminata, un impianto, una manutenzione da fare. Riguarda il modo in cui una comunità tratta ciò che dice di amare. 

Velia Mantegazza, vedova di Tinin, in una recente intervista su La Voce (clicca qui), ha richiamato più volte l’attenzione sul poco rispetto che circonda la vela di Tinin, lamentando incuria e scarsa pulizia attorno a quell’opera. Ed è difficile darle torto: i simboli vivono se vengono riconosciuti, raccontati, difesi. Altrimenti restano lì, muti, affidati alla nostalgia di chi ancora li guarda con affetto. 

Oggi Tinin Mantegazza avrebbe compiuto 94 anni. Gli auguri del sindaco

Insomma, il rischio è sempre il solito, ovvero che Tinin Mantegazza venga consegnato a una memoria distratta: evocato a parole, celebrato nelle ricorrenze, ma non davvero custodito nella vita quotidiana della città. 

In fondo è proprio questo il punto: i miti locali non chiedono retorica, chiedono cura. Chiedono vicinanza. Chiedono che un’opera pubblica sia tenuta bene, che uno spazio sia pulito, che un segno identitario continui a parlare. La vela di Tinin dovrebbe fare esattamente questo: ricordarci che una città non vive soltanto di eventi e cartoline, ma dei simboli che sceglie di onorare davvero.

Se quella luce si spegne, non si spegne solo un’installazione. Si affievolisce un pezzo di memoria collettiva. E forse Cesenatico dovrebbe ripartire proprio da qui: dal rispetto per la sua storia, dalla riconoscenza verso chi l’ha resa più bella, dalla volontà di essere finalmente all’altezza dei suoi miti. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Immagine di Redazione

Redazione

La nostra redazione è composta da appassionati di Cesenatico e della sua comunità, che con dedizione e passione si impegnano a raccontare storie, eventi e novità che animano la nostra realtà locale.