Il 5 maggio, a Bologna, prenderà il via il processo d’appello legato all’operazione “Radici”, l’indagine sulle presunte infiltrazioni della criminalità organizzata in Riviera. L’avvio del secondo grado arriva dopo i ricorsi presentati dalle difese, a seguito della decisione depositata dal Tribunale di Ravenna, in composizione collegiale, che il 23 gennaio ha chiuso il primo capitolo giudiziario con un quadro severo: 21 imputati condannati e tre assolti.
La sentenza di primo grado ha portato a un totale di 98 anni di reclusione e a 35.350 euro di multe. La Direzione distrettuale antimafia di Bologna, con il pm Marco Forte, aveva sollecitato condanne ancora più pesanti, per un ammontare superiore ai 110 anni.
Secondo l’impianto accusatorio, alcuni locali e attività della Riviera sarebbero stati gestiti con modalità ritenute tipiche dell’agire mafioso, anche per reimpiegare capitali di provenienza illecita. Nel procedimento sono emersi inoltre profili legati allo sfruttamento lavorativo e al caporalato, indicati come presenti in comparti come turismo, accoglienza alberghiera e produzione artigianale dolciaria.
Tra le pene più alte spicca quella inflitta a Saverio Serra, condannato a 13 anni e 3 mesi, con 12 mila euro di multa, ritenuto vicino al clan ‘ndranghetistico Mancuso di Limbadi. Seguono Francesco Patamia (11 anni e 2 mesi, 9.200 euro) e Rocco Patamia (10 anni e 6 mesi, 8.600 euro). Francesco Patamia, inoltre, era stato candidato alla Camera alle elezioni politiche con la lista “Noi moderati”.
A Cesenatico l’unico imputato è il 54enne Alessandro Di Maina (leggi qui), uscito dal primo grado con una condanna a sei anni e otto mesi di reclusione. Di Maina è stato ritenuto responsabile per l’estorsione in concorso ai danni di Emanuele Pirani, il proprietario di “Dolce Industria” Cervia che, secondo l’accusa, a fine 2018, fu costretto a cedere l’azienda sotto le “pressioni” di Francesco Patamia.
Nel processo si sono costituite numerose parti civili. Tra queste anche l’ex portiere di Serie A Marco Ballotta, riconosciuto vittima di minacce: gli è stato attribuito un risarcimento di 3mila euro a carico di Giovanni Battista Moschella, condannato a 5 anni e 10 mesi. Indennizzi sono stati riconosciuti anche a diversi enti locali – tra cui quello di Cesenatico – oltre che a sigle sindacali e all’associazione Libera.
Sul fronte economico, la sentenza ha previsto risarcimenti rilevanti: 250 mila euro alla società Forno Imolese; 200 mila euro alla Dolce Idea srl di Cervia, più 35 mila al legale rappresentante; importi variabili ai Comuni e 5 mila euro ciascuno a Cgil, Cisl, Uil e a Libera. Per l’appello è già stato fissato un calendario di cinque udienze, con appuntamenti fino alla fine di maggio.