“La Stiva”, il ristorante sul porto canale di Cesenatico, è l’ultima attività a fermarsi. Fabio Bettini, titolare e anima vulcanica del locale, racconta senza filtri perché, dopo 13 anni, è arrivato il momento di mollare: salute, costi, affitti, regole percepite come a doppia velocità e una città che – secondo lui – fatica terribilmente a fare squadra.
Fabio, quando avete aperto La Stiva?
Qui, nel nuovo locale al civico 60 di corso Garibaldi, abbiamo aperto esattamente il 20 aprile 2024. Però la nostra attività era già iniziata il 3 marzo 2013 nell’altro locale, dove c’era il Bar dei Marinai con annesso ristorante. In totale fanno tredici anni di attività.
Perché anche voi vi arrendete?
Il motivo principale è che ho problemi seri di salute e il fisico, a un certo punto, ti chiede di fermarti. Ma non è solo quello: oggi avere una sostenibilità economica è durissima tra affitti, costo del personale e tutto l’insieme di spese e richieste.
Che peso hanno avuto i costi di gestione?
Un peso enorme. In un anno e mezzo ho pagato circa 70.000 euro di affitto e ho speso 60.000 euro per lavori e attrezzature. Non sono numeri inventati: sono quelli. E con quei numeri in tasca non ti resta niente.

Avete provato ad arginare i costi?
Certo. A settembre mi sono reso conto che l’inverno sarebbe stato durissimo. Ho chiamato prima l’agenzia e poi il proprietario dell’immobile a cui, in questo anno e mezzo, ho sempre pagato l’affitto. Ho chiesto di venirmi incontro, ma lui non ha voluto nemmeno parlarne: “hai un contratto – mi ha detto – devi rispettarlo”.
E come è finita?
Siamo arrivati allo scontro: ho detto “con quell’affitto io non ce la faccio, smetto di pagarti e dammi pure lo sfratto”. E lo sfratto è arrivato. L’udienza era fissata il 4 dicembre, tutto molto veloce.
Sai già chi arriverà al vostro posto?
No. So che ci sono stati incontri con altre attività, ma per me, a quelle cifre…
Perché, secondo te, a Cesenatico chiudono così tante attività?
Perchè far quadrare i conti, di questi tempi, è molto complicato. Per tutti. E poi, sul porto canale, c’è un falso mito: tutti dicono “qui a Cesenatico lavorano solo le attività sul porto”, però lì gli affitti spesso sono il doppio. E non fatevi ingannare dalla cartoline del Natale perchè non sono tutte rose e fiori. Bastano due gocce di pioggia ed, essendo isola pedonale, la gente tende a spostarsi altrove, dove può parcheggiare vicino al ristorante. E il canale si svuota.
Cosa manca per renderlo davvero vivo tutto l’anno?
Per esempio l’illuminazione. Ci sono periodi, come questo, in cui il canale è bellissimo, poi dopo metà gennaio, ad una certa ora, cala il buio. Basterebbero due luci in più, oggi con i LED non sarebbe un costo impossibile…
Anche con il Comune di Cesenatico i rapporti, in questi anni, non sono sempre stati distesi…
Mio babbo era la guardia del corpo di Togliatti e quindi, in famiglia, siamo cresciuti a pane e Berlinguer. Ma io in certa politica non mi ci ritrovo più. Un esempio: quest’anno mi è stato contestato perfino il colore delle sedie esterne mentre, a pochi metri dal mio locale, vedi situazioni ben peggiori tollerate. In 13 anni ho preso 3-4 verbali: piccole cifre, ma la cosa che più mi ha dato fastidio è che nessun vigile, in questi anni, ha avuto il coraggio di compilare quel verbale davanti ai miei occhi. Ma le questioni sono tante…
Ad esempio?
Ad esempio i dehors. Per come sono strutturati oggi nelle giornate di maltempo non riesci a lavorare. Per questo abbiamo portato in comune delle proposte concrete. Abbiamo fatto diversi incontri portando attorno ai tavoli tecnici ed architetti. Non ci hanno neppure ascoltato: “i cittadini – è stata la risposta – il porto lo vogliono così. Punto…”.

Questi temi riguardano un po’ tutta la categoria: perché i ristoratori non riescono a contare come albergatori e bagnini?
Perché non siamo mai riusciti a creare una vera associazione con un presidente che vada in Comune e pesi nelle decisioni. Eppure siamo più di 200 attività, potenzialmente più di altre categorie. Ci abbiamo provato: all’inizio venivano anche ristoranti fuori dal porto canale e perfino qualche stabilimento balneare. Poi, tra paletti e responsabilità che nessuno si prende, si è fermato tutto. E questo, negli anni, l’abbiamo pagato.
In che modo in particolare?
Mah, ne dico solo una: in questi ultimi anni la ristorazione si è spostata in gran parte sulla spiaggia e noi, come categoria, non abbiamo avuto la forza di arginare quel trend. Quando c’era Buda sindaco, una mattina lo chiamai e gli dissi: “Visto che in spiaggia fanno i ristoratori, io posso portare sabbia e lettini davanti al mio locale, così anche io divento bagnino?”. Rise, ma quella provocazione aveva un senso…
Dunque, la ristorazione in spiaggia non ti convince?
La sera no di certo. E poi, per una questione di equità, ci vorrebbero dei controlli un po’ più seri. Io una verifica all’anno la metto sempre in conto, ma ci sono stabilimenti balneari che, pur non avendo cucine regolari, continuano da anni a fare ristorazione senza che nessuno muova un dito. Ecco, se fossimo uniti in un’associazione, certe cose non passerebbero…
E tra colleghi c’è collaborazione?
Poca. Ho visto molto più spesso competizione ed invidia: se uno fa qualcosa, l’altro si irrigidisce invece di ragionare insieme. Anni fa ho provato a fare jazz nel locale, anche se, a parte le serate con Chicco Capiozzo, il format non ha funzionato granché. Per questo avevo pensato ad un weekend con gruppi che girassero tra i ristoranti del canale, per creare movimento per tutti. Serviva una colletta, ma niente di impegnativo. Ma molti mi hanno risposto: “a me dà fastidio, mi disturba”. E così, senza collaborazione, neanche quella volta siamo riusciti a costruire niente.
Cosa dovrebbe cambiare, subito?
Meno slogan e più scelte pratiche: valorizzare il canale anche d’inverno, ascoltare chi lavora, dare regole chiare (anche su dehors e suolo pubblico) e soprattutto farle rispettare in modo coerente. Perché quando spegni un locale, non spegni solo un’attività: spegni un pezzo di città.