2 Novembre, 2026 Cesenatico

Cesenatico, quando il Natale aveva il sapore di carruba e fichi secchi

NATALE A CARRUBA E FICHI SECCHI

Parlare oggi di fichi secchi e carruba come leccornia di Natale forse fa sorridere chi si ricorda quei tempi e suscita incredulità nelle generazioni più giovani. 

Quelli erano gli anni della miseria, o della ricostruzione, per dirla con l’animo degli ottimisti: i primi anni dell’ultimo dopoguerra, quando Cesenatico era ancora il paese dei due quartieri del lungoporto (e’ Mont e la Valona) e quello della Bosca del Parco della Rimembranza e delle Pinete ora scomparse, un paese la cui vita si svolgeva nella piazza principale, dove la domenica antecedente il Natale e gli altri giorni di festa si allestiva il mercato attorno alla statua di Garibaldi. 

Il ricordo di quei giorni è legato al fascino che sprigionava quel minuscolo caravanserraglio, in cui agivano a ridosso gli uni degli altri i venditori di stoffa e di scarpe, gli imbonitori che propagandavano il grasso di serpente contro le artriti, le lamette da barba “Bolzano” e, soprattutto, i cantastorie che alternavano le loro esibizioni alla vendita di foglietti colorati con le parole delle canzonette in voga e delle zirudèlle di Giustiniano Villa. 

Si andava alla Messa delle nove, che era quella dei bambini, ma i miei amici ed io che abitavamo nella Bosca, il quartiere più lontano dalla piazza, arrivavamo sempre in anticipo, perché ci piaceva ascoltare gli imbonitori del mercato, le vicende passionali che raccontavano i cantastorie, e anche perché prima della Messa volevamo dare due calci al pallone nel cortile della parrocchia. Un pallone di cuoio quei giorni era una cosa rara, e oltre al prete chi altro poteva averlo? Molte volte però era bucato, e allora aspettavamo il suono della “campanella” fra le macerie del teatrino parrocchiale distrutto dai bombardamenti. 

Il teatrino, prima del passaggio del fronte, non era come ora parallelo alla chiesa, ma perpendicolare, e oltre le macerie c’erano i campi coltivati di un ortolano e il capanno da caccia di Don Riccardo. Sì, don Riccardo: un sacerdote dalla voce baritonale e dalla gran passione per la caccia. Era lui a celebrare la prima messa della domenica all’alba, abbandonando per una mezzoretta la “nocetta” per poi ritornarvi dopo l’“ite missa est” e restarvi fino alla Messa delle undici, quando doveva andare a cantare. 

D’altronde Don Riccardo celebrava la prima Messa, mentre quella dei bambini era celebrata da Don Urbano e quella delle undici (la Messa di sgnùr, dal bel dòni e dal putèni – come si diceva scherzando allora) da Don Fusaroli (l’Arzipritón, non ancora monsignore). 

Noi bambini, seduti fra le macerie del vecchio teatrino, guardavamo Don Riccardo sparare a storni e allodole e imprecare tra i denti quando li sbagliava o quando dal cortile della chiesa lo chiamavano perché qualcuno desiderava confessarsi. «Propi adès a li à da vnì a cunfsès cal vèci? Adès ch’e’ passa i stùran!» (Proprio adesso devono venire a confessarsi quelle vecchie? Adesso che passano gli storni!), borbottava il simpatico sacerdote con quella sua voce baritonale, mentre attraversava l’orto con la veste nera sostenuta fino alla cintola per non imbrattarla di fango. 

Parlo di tutto questo con Germano, il cui padre era l’ortolano proprio a ridosso della parrocchia, in pratica nell’area dell’attuale grande parcheggio di Largo San Giacomo. «La mia famiglia ha curato il grande orto fino al ‘51. Mio padre si chiamava Dino Casali (della famiglia dei Bontémp). Grande lavoratore, padre di noi, otto fratelli, che non vivevamo certo in agiatezza. Quando sudava e imprecava mentre affondava la vanga nel terreno intento nel suo lavoro, vedendo a pochi metri Don Fusaroli che leggeva il breviario e passeggiava nel cortile della chiesa, gli urlava sinceramente arrabbiato: «La è dolza la vita eh? Vagabónd, vin a dèm una mèna a vanghè ch’ a j ò ot fiùl!» (È dolce la vita eh? Vagabondo, vieni a darmi una mano a vangare che ho otto figli!). Ma erano amici e spesso giocavano a bocce insieme.

Questa non era un’eccezione a quei tempi. È noto che Don Fusaroli quando era arciprete a San Giacomo dopo mangiato, quasi ogni giorno, andava a giocare a scopa nel Bar dei Marinai, e alla sera nel bar di Nullo a fare il maraffone. 

Anche se a Natale in quei giorni noi bambini non conoscevamo le luci, Babbo Natale, l’albero, ma, a malapena, la ciambella e un poverissimo presepe “fatto in casa”, e facevamo festa a due baccelli di carruba e ad una treccina di fichi secchi, la vita di paese era molto compassata e scorreva silenziosa in un alveo di cose semplici. Forse perchè non erano ancora arrivati gli anni del boom, o forse perchè tutti, chi più chi meno, avevamo visto o vissuto gli orrori della guerra.

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