La musica popolare dell’America Latina è un mosaico di culture, tradizioni e storie che attraversano un intero continente. Con “Pasión Popular”, i Colectivo 73 trasformano questo patrimonio in uno spettacolo intenso e coinvolgente, capace di accompagnare il pubblico dalle Ande ai quartieri di Buenos Aires, passando attraverso Argentina, Uruguay, Paraguay, Venezuela, Cile, Messico, Colombia e Cuba.
L’appuntamento è per venerdì 17 luglio, alle 21.30, in Piazza della Libertà a Gatteo Mare. Sul palco saliranno Andrea Pari, chitarra e voce, Ferdinando Gonzales, percussioni e fiati, Elisa De Carli, voce, Francesco Cilio, chitarra, Alejandro Fuentes, pianoforte, e Matteo Salvatori, percussioni.
A raccontare la nascita e il significato del progetto è Andrea Pari, anima del gruppo e profondo conoscitore della cultura popolare latinoamericana.
Andrea, lei ha vissuto in Spagna e in Argentina e ha dedicato gran parte della sua vita alla cultura popolare latinoamericana. C’è stato un momento preciso in cui ha capito che quella musica sarebbe diventata parte della sua identità artistica?
«Ho sempre condiviso il modo di vivere degli spagnoli e degli argentini, per i quali la dimensione popolare della “calle”, la strada, e del “barrio”, il quartiere, è sacra. Sono culture fondate sulla socialità quotidiana, sulla condivisione e sulla celebrazione della vita. Ho capito che quella identità mi apparteneva quando ho composto la mia prima canzone in spagnolo, “Canción de Horacio y La Maga”, una rumba spagnola con influenze argentine, ispirata al romanzo “Rayuela” di Julio Cortázar. Curiosamente, il brano è nato mentre mi trovavo nella campagna riminese, a Vergiano. In quel momento si sono fuse tutte le mie anime».

Colectivo 73 attraversa molti Paesi e tradizioni musicali differenti. Qual è il filo conduttore che unisce questi popoli?
«Il Colectivo 73 nasce per proseguire il percorso di valorizzazione e riscoperta della canzone popolare e del folklore indigeno portato avanti da Víctor Jara in Cile. È stato uno dei più grandi artisti del Novecento ed è stato ucciso dai militari di Pinochet dopo il colpo di Stato dell’11 settembre 1973 e la morte del presidente Salvador Allende. Il filo conduttore del nostro progetto è la celebrazione della diversità culturale racchiusa nell’infinito caleidoscopio dei ritmi latinoamericani. A rappresentarla è la Wiphala, la bandiera multicolore dei popoli indigeni del continente andino, che portiamo sempre con noi sul palco».
Le canzoni di Fabrizio De André sono profondamente legate alla lingua italiana e ai suoi dialetti. Perché ha scelto di tradurle e interpretarle in spagnolo?
«Il progetto è nato un po’ per gioco e un po’ su invito di alcuni amici musicisti di Valencia, che mi hanno spinto a far conoscere al pubblico ispanofono il valore letterario dei testi di Faber. Tradurre De André in spagnolo poteva sembrare quasi sacrilego, soprattutto per la difficoltà di mantenere intatti il valore poetico, il ritmo e la musicalità dei testi. Il lavoro, però, è stato apprezzato anche da Dori Ghezzi. Lo hanno accolto con entusiasmo anche gli italiani che vivono in Spagna, perché ha creato un momento di condivisione della nostra cultura con il pubblico spagnolo».

Oggi molta musica viene consumata velocemente. Quanto è importante mantenere viva la memoria orale e le tradizioni popolari raccontate dal vostro spettacolo?
«Noi utilizziamo strumenti etnici che custodiscono storie di incontri tra culture differenti. Il charango, per esempio, nasce dall’unione tra la tradizione indigena e la vihuela spagnola. Il bombo legüero, invece, è un tamburo che veniva usato per comunicare a grandi distanze, fino a una “legua”, quasi cinque chilometri. Cerchiamo di applicare alla musica quella che il maestro Gianfranco Zavalloni definiva la “pedagogia della lumaca”: un’educazione, o una rieducazione, alla lentezza, all’ascolto della terra, delle sue tradizioni ancestrali e dei suoi ritmi naturali. Ascoltare significa essere disponibili allo scambio. È la base di qualsiasi relazione umana costruttiva. Crediamo che una musica fatta con questi ingredienti sia la massima celebrazione dell’incontro tra le persone».
Se oggi dovesse scegliere una canzone latinoamericana capace di raccontare la situazione internazionale, quale indicherebbe?
«Sceglierei “Movimiento” del cantante uruguaiano Jorge Drexler. Il brano racconta l’essere umano come una specie in continuo viaggio, sospinta dal bisogno di muoversi, conoscere e cercare una vita migliore. Migrare è spesso una necessità per chi vuole liberarsi da una condizione di povertà e conquistare un’esistenza più dignitosa. Allo stesso tempo, viaggiare e conoscere realtà differenti dovrebbe essere un dovere civile universale. Entrare in contatto con altre culture significa nutrire l’anima del mondo, abbattere i muri del pregiudizio e contribuire alla costruzione di una società più aperta, solidale e virtuosa».
“Pasión Popular” sarà quindi molto più di un concerto. Sarà un viaggio musicale e culturale attraverso l’America Latina, un invito ad ascoltare, conoscere e lasciarsi attraversare da storie, strumenti e ritmi capaci di unire popoli lontani.
La VoceRomagnola

