Nel secondo dopoguerra la Riviera romagnola riapre al turismo di massa: si sta in spiaggia “in ordine”, con costumi interi, accappatoi, teli lunghi e un’idea di rispettabilità che non riguarda solo l’estetica, ma la reputazione.
Gli stabilimenti – cabine, passerelle, bar, altoparlanti – rendono la spiaggia un luogo pubblico pienamente visibile e “sociale”, dove lo sguardo degli altri pesa. In questo quadro, il riferimento culturale è il buon costume: ciò che appare “troppo” può essere letto come offesa alla decenza. Non a caso, il Codice penale del 1930 prevede la fattispecie degli “atti contrari alla pubblica decenza” (art. 726), applicabile ai comportamenti in luogo pubblico o aperto al pubblico: una cornice che, anche quando non cita il mare, finisce per lambire il bagnasciuga.
Tra gli anni Cinquanta e i gli anni Sessanta il costume si accorcia e, per la prima volta, aderisce al corpo: arriva il due pezzi “moderno”, ma l’accettazione non è lineare. L’immagine-simbolo, in Romagna, è la foto del 1957 a Rimini con una bagnante in bikini multata da un vigile: un fotogramma che racconta più di mille editoriali, perché mostra come controllo sociale e intervento amministrativo potessero coincidere.

A Cesenatico, dove la vacanza balneare cresce accanto a un turismo molto familiare, il due pezzi avanza ma resta, a lungo, più “tollerato in spiaggia” che esibito nel passeggio.
Dagli anni Settanta in poi arriva la fase più conflittuale: il topless (e, in alcune località italiane, il monokini) entra nel paesaggio estivo e sposta la discussione dal “costume” alla libertà del corpo.
Ne derivano reazioni disomogenee: richiami, divieti locali, interpretazioni diverse del “pudore” a seconda della spiaggia, dell’orario e del pubblico presente.
In Romagna – dove l’economia è accoglienza – prevale spesso una gestione pragmatica: meno crociate e più “buon senso” situazionale (si tollera dove è comune, si invita alla discrezione dove cambia l’ambiente: famiglie, passeggiate serali, eventi).

Negli ultimi decenni cambia anche la cornice giuridica: con il d.lgs. 8/2016 diverse fattispecie legate a oscenità/decenza, tra cui gli articoli 527 e 726 c.p., vengono depenalizzate e trasformate in illeciti amministrativi. È un passaggio chiave: dal “reato morale” al tema dell’ordine pubblico e della convivenza. Nel 2022 la Corte costituzionale ricostruisce espressamente questo assetto, ricordando la natura amministrativa attuale dell’art. 726.
Oggi, sulle spiagge romagnole, il “comune senso del pudore” non coincide più con la quantità di stoffa: è una negoziazione continua tra turismo internazionale, pluralità culturale, consuetudini locali e (quando ci sono) regole comunali o di stabilimento.
E a Cesenatico – tra ombrelloni ordinati e vita di porto – la storia del costume dice una cosa semplice: il pudore non scompare, cambia forma, seguendo la società stagione dopo stagione.



