22 Settembre, 2026 Cesenatico

Le donne invisibili della marineria: il lavoro che i numeri non vedono

La marineria viene rappresentata come un mondo quasi interamente maschile: uomini a bordo, sulle banchine, alle aste e alla guida delle cooperative. Eppure, dietro molte barche, c’è stato e continua a esserci un lavoro femminile essenziale, svolto lontano dai riflettori e non sempre riconosciuto formalmente. È il tema dell’“Atlante delle donne della pesca”, pubblicato nel novembre 2022: un’indagine che, pur senza riferimenti specifici a Cesenatico, offre una chiave preziosa per rileggere la storia del suo porto.

Il dato più sorprendente riguarda il territorio provinciale. Secondo il censimento Istat del 2011 ripreso dall’Atlante, nelle unità locali della pesca e dell’acquacoltura di Forlì-Cesena risultavano 132 uomini e nessuna donna. Nella pesca propriamente detta gli uomini erano 122, gli altri dieci nell’acquacoltura. Una fotografia datata, che non può essere trasferita automaticamente alla situazione odierna né riferita alla sola Cesenatico, ma che mostra quanto la componente femminile – oggi come ieri – fosse assente almeno dalle registrazioni ufficiali.

Basta però seguire il pescato a terra perché la scena cambi. Nella lavorazione e conservazione di pesce, crostacei e molluschi, sempre in provincia, sei degli otto dipendenti censiti erano donne: il 75%. Non una presenza marginale, dunque, ma la maggioranza. Il lavoro femminile emerge quando il prodotto arriva a terra, mentre tende a scomparire se si guardano soltanto imbarcazioni ed equipaggi.

L’Atlante parla apertamente di “lavoro invisibile”. Molte donne hanno affiancato negli anni mariti, padri e fratelli nelle imprese familiari, occupandosi di contabilità, vendita, rapporti con clienti e fornitori, organizzazione quotidiana e talvolta delle attrezzature. Compiti indispensabili, soprattutto nei periodi di crisi, ma spesso svolti senza una qualifica precisa, una retribuzione autonoma o adeguate tutele previdenziali.

I dati nazionali confermano lo squilibrio. Nelle flotte pescherecce italiane le donne imbarcate rappresentavano appena l’1,5%, mentre nell’industria della trasformazione la quota femminile raggiungeva il 48%. Nel 2017 l’Inps registrava soltanto 542 pescatrici su oltre 24.500 lavoratori: numeri che, secondo lo studio, non intercettano tutta la manodopera prestata informalmente nelle aziende familiari.

Per Cesenatico lo studio è soprattutto un invito a guardare oltre la sagoma dei pescherecci. La storia della marineria non è stata scritta soltanto da chi usciva in mare, ma anche dalle donne che attendevano il rientro delle barche, tenevano i conti, vendevano il pescato, seguivano le famiglie e permettevano all’impresa di continuare. Presenze decisive, raramente entrate nelle fotografie ufficiali e nei racconti pubblici.

L’Atlante non consente di stabilire quante siano oggi le donne impiegate nel comparto cesenaticense. Pone però una domanda: quanta parte dell’economia marinara è rimasta nascosta perché affidata a mani femminili? Ricostruirla attraverso testimonianze e archivi familiari significherebbe restituire alla marineria un pezzo della propria memoria e un nome alle donne rimaste fuori dalle statistiche.

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