Cesenatico ieri si è fermata davvero. Non per modo di dire: si è fermato il porto, si è fermata la gente, si è fermato quel mondo di mare che Quinto Pagliarani, scomparso a 94 anni, ha rappresentato per una vita intera. Il suo addio è stato un abbraccio collettivo, di quelli che non hanno bisogno di tante parole perché parlano con i gesti, con il suono delle sirene, con gli occhi lucidi di chi sa di salutare uno dei suoi.
La bara, “stupenda” come l’ha definita chi era lì, sembrava già un racconto: sul legno, intarsi delicati richiamavano il mare e il porto, una barca, un gabbiano. Un ultimo segno di appartenenza, semplice e potentissimo.
Il corteo è partito dalla camera mortuaria dell’ospedale, è passato davanti a casa di Quinto — un saluto intimo, quasi sussurrato — e poi si è raccolto nella chiesa di San Giacomo, gremita e composta.

Ma è fuori, nella sua Cesenatico, che l’addio ha trovato il suo momento più simbolico. Dopo la chiesa il feretro ha raggiunto il porto: e prima ancora di vederlo arrivare, in Piazza Spose dei Marinai, si sono sentite le sirene dei pescherecci. Quel suono pieno, lungo, che è insieme richiamo e preghiera, ha attraversato l’aria come una carezza ruvida. Il mare, per Quinto, parlava così.
Poi la sosta davanti alla statua de “La ma”, in Piazza Spose dei Marinai: la madre con i figli che scruta l’orizzonte, l’attesa fatta bronzo. Quella statua, uno dei simboli di Cesenatico, Quinto l’aveva disegnata: ieri, per un attimo, il suo feretro è stato accanto alla sua creatura, come se la città avesse voluto ricomporre il cerchio tra memoria e presente. Nell’aria, le note dell’Ave Maria di Schubert hanno dato voce a ciò che molti non riuscivano a dire.
Da lì, l’ultimo viaggio verso il cimitero. Tre ore di commozione vera, di rispetto profondo, di comunità. Un funerale “bellissimo”, straziante e insieme grato: perché Quinto Pagliarani non è stato salutato soltanto come un uomo, ma come un pezzo di porto. E il porto, ieri, gli ha risposto. Buon vento, Quinto.



