Ci sono famiglie in cui la musica è un mestiere, e poi ci sono famiglie in cui la musica è quasi una presenza viva, una compagna di tavola, una lingua quotidiana, un destino.
Per Riccarda Casadei, figlia di Secondo Casadei, crescere accanto al padre di “Romagna mia” ha significato proprio questo: abitare dentro un mondo in cui tutto, dagli animali di casa ai rumori delle stoviglie, poteva trasformarsi in melodia. Nel suo racconto affiora il ritratto intimo di un uomo buono, tenerissimo, ma completamente posseduto dalla sua vocazione: prima la musica, poi tutto il resto. E accanto a lui, la presenza silenziosa e fondamentale della moglie Maria, sempre dietro le quinte, custode concreta di una vita straordinaria.
A raccontare aneddoti, alcuni noti e altri più inediti, del grande maestro e compositore è stata la figlia Riccarda Casadei (assieme alla nipote Lisa), in occasione dell’open day della Casa Museo di Savignano sul Rubicone, svoltosi lo scorso weekend.
Due giornate ad ingresso gratuito dedicate alla memoria e all’eredità artistica di Secondo Casadei. Il tutto in attesa di celebrare nel 2028 un anniversario straordinario: il centenario della fondazione dell’orchestra Casadei che, nell’estate del 1928, per la prima volta, si esibì a Gatteo Mare dove oggi c’è piazza “Romagna Mia”.
Il racconto
“Mi sono sempre sentita una persona molto fortunata, perché ho avuto un babbo di una dolcezza e di una bontà infinite. Era veramente un uomo buono. Però, quando ero piccola, per me aveva un solo difetto: era perdutamente innamorato della musica.
Lo era a tal punto che, appena sposato con la mamma dopo undici anni di fidanzamento, il giorno stesso delle nozze la lasciò e andò a suonare, come se fosse la cosa più naturale del mondo. La mamma, da quel momento, capì perfettamente chi aveva sposato. La vita dei musicisti era particolare: si lavorava di notte, si viaggiava sempre, si stava poco a casa. Eppure lei gli è sempre rimasta accanto, condividendo con lui gioie e fatiche, sempre presente, ma sempre dietro le quinte.
Il babbo era affabile, affettuoso, solare; la mamma invece era, per indole, molto più riservata. Lui la abbracciava, la riempiva di baci sulle guance, lei arrossiva. Diceva sempre che, se aveva avuto successo, una parte del merito era della sua famiglia e soprattutto di lei, che gli aveva dato serenità. Ma io e mio fratello, da bambini, avevamo la sensazione che nel suo cuore venisse prima la musica e poi, solo dopo, la famiglia. Era così innamorato della musica che sembrava quasi una forma di incantesimo.
La musica entrava dappertutto, anche nella vita di casa. I nostri gatti si chiamavano Mambo e Rumba; i cani Jazz, Boogie e Bebè; la tartaruga in giardino si chiamava La Cumparsita, come il celebre tango; il pesce rosso era stato battezzato Frank Sinatra. Per lui ogni cosa richiamava una canzone, un ritmo, una suggestione da pentagramma. Persino il cancello di casa, che cigolava, non voleva farlo oliare perché quel suono, per lui, era già musica.
Il babbo aveva una fantasia straordinaria. Ci raccontava favole in cui i personaggi erano musicisti: i sette nani diventavano un’orchestra, Pinocchio suonava il clarinetto, il principe azzurro il sax, Cappuccetto Rosso apriva una scuola di ballo. Era il suo modo di trasformare il mondo in una grande partitura.
Ma la cosa più sorprendente era la sua capacità di sentire musica ovunque. Bastava che la mamma posasse un piatto sul tavolo, accostasse un bicchiere a una bottiglia, sistemasse le posate, e lui la fermava subito: “Maria, ripeti quello che hai fatto”. Quelli che per noi erano banali rumori, per lui erano note. Da un gesto quotidiano riusciva a ricavare una melodia. Era fatto così: prendeva la vita e, come d’incanto, la traduceva in musica.
Tra lui e la mamma c’era un legame profondo, anche se attraversato da piccole gelosie buffe. Lei era la destinataria di tante canzoni: Maria cara Maria, Dolce Maria e molte altre. Ma quando uscivano brani intitolati ad altre donne — Adriana, Paola, Nadia — la mamma chiedeva subito: “E questa chi è?”. E lui aveva sempre la risposta pronta, trovando ogni volta una spiegazione plausibile. Erano scene tenere, familiari, che raccontavano un amore vero, costruito nella vita quotidiana.
Uno dei ricordi che mi commuovono di più riguarda il concerto di Capodanno. Il babbo tornava a casa la mattina del 25 dicembre o dopo una lunga notte di festa, stremato ma felice, lo smoking ancora addosso, pieno di coriandoli. Finché in sala restava anche una sola coppia a ballare, lui non smetteva di suonare. Gli orchestrali magari gli dicevano che era tardi, che erano rimasti in pochi, ma lui voleva che la gente si divertisse fino all’ultimo.
Aveva avuto degli incidenti e una gamba non la piegava bene, così la mamma lo aiutava a spogliarsi, a mettersi a letto, a indossare e togliere scarpe e vestiti. Una volta, dopo averlo accompagnato in camera, tornò giù e disse a me e a mio fratello: “Venite a vedere cosa fa il babbo…”. Andammo di sopra e lo trovammo che dormiva, steso sul fianco, ma con le dita in movimento come se stesse ancora suonando il pianoforte o il violino. Anche nel sonno, la musica non lo lasciava mai.
La sua passione era nata prestissimo. Da bambino mio nonno, che faceva il sarto, avrebbe voluto insegnargli il mestiere, ma lui non riusciva a stare fermo: si pungeva con l’ago, spariva di continuo, e lo ritrovavano sempre dove c’era qualcuno che suonava o cantava. Per fortuna un vicino di casa – il celebre liutaio Arturo Fracassi, un sublime maestro nella creazione di strumenti a corde – capì subito che quel ragazzino aveva un orecchio speciale e convinse i miei nonni a mandarlo a studiare musica.
Lo portarono alla scuola musicale di Cesena. All’inizio i maestri non volevano prenderlo, perché era già grandicello, undici o dodici anni. Ma poi si accorsero che aveva talento. Per andare a lezione si faceva ogni settimana quindici chilometri all’andata e quindici al ritorno in bicicletta, anche d’inverno, anche con la neve, pur di non mancare. Per lui la scuola di musica era felicità pura.
Ben presto però la musica studiata non gli bastò più. Appena imparò a suonare qualcosa, si unì a musicisti più grandi e cominciò a fare esperienza nelle veglie di campagna, nelle stalle, che allora erano i luoghi più caldi della casa. Raccontava che in un angolo c’erano i buoi e le mucche, e il loro fiato contribuiva a scaldare l’ambiente, mentre lui con il violino, insieme a una fisarmonica o a una chitarra, faceva ballare la gente. Poi tutto finiva con una fetta di ciambella e un bicchiere di Albana. Erano feste semplici, ma piene di allegria.
Nel 1924 arrivò la chiamata dell’orchestra di Emilio Brighi, figlio di Carlo Brighi detto Zaclèn, il padre del ballo romagnolo. Per il babbo fu un sogno: entrare in quella che allora era l’orchestra più famosa di Romagna significava avercela fatta. Nel suo diario racconta l’emozione del primo viaggio in automobile per andare a suonare con loro: parlava senza sosta per l’agitazione, finché gli dissero di tacere per non distrarre l’autista. Guardò il contachilometri e annotò che correvano alla ‘folle velocità’ di 25 chilometri all’ora.
La guerra interruppe tutto. In quegli anni terribili, per sfamare la famiglia, tornò a fare piccoli lavori di sartoria, andando di casa in casa. Ovunque lo riconoscevano: era l’uomo che aveva fatto ballare tutti fino a poco prima. Lo accoglievano con affetto, gli davano qualche soldo, uova, vino, quello che potevano. E proprio quell’affetto gli fece nascere dentro il desiderio di ricominciare.
Dopo la guerra, però, il mondo era cambiato. Erano arrivati gli americani, con la loro musica, i jeans, la Coca-Cola, le sigarette. La gente voleva ballare soltanto quei ritmi nuovi e, quando lui provava a riproporre la musica romagnola, iniziarono perfino a fischiarlo. Fu un momento durissimo. Ma lui non si arrese. Continuò a credere che la musica della sua terra dovesse tornare a far ballare la sua gente. E infatti fu così.
Anche quando arrivavano i primi soldi dei diritti d’autore di “Romagna mia”, noi in casa facevamo festa pensando alle scarpe nuove o a qualcosa da comprare. Lui invece si commuoveva fino alle lacrime, perché per lui quei soldi significavano soprattutto una cosa: che la sua musica era stata suonata, ascoltata, amata. Questo era il suo vero orgoglio.
Ecco chi era mio babbo: un uomo semplice e straordinario, capace di trasformare i rumori in canzoni, la fatica in passione, la vita quotidiana in musica. Uno che, anche dormendo, continuava a suonare”.





































