Se per misurare la statura di un personaggio pubblico bastasse lo scaffale dei dischi a lui dedicati, Marco Pantani entrerebbe ad honorem nella storia culturale del Paese. A più di vent’anni dalla sua scomparsa, il Pirata continua a vivere in un canzoniere sterminato: rock, pop, cantautorato, rap, perfino punk francese. Una costellazione di titoli che va da Uomo in fuga (Riccardo Maffoni) a Le rose di Pantani (Claudio Lolli), da E mi alzo sui pedali (Stadio) a L’ultima salita (Nomadi), passando per Alexia, Francesco Baccini, Giorgio Canali, Les Wampas, fino alle generazioni più recenti con Ted Bee e Ketama126. Un arco di oltre quindici brani espliciti — e altri ancora con citazioni, rimandi, immagini — che non ha eguali tra gli sportivi italiani dell’era moderna per ampiezza, continuità e diversità di linguaggi.
Perché Pantani, più di altri? Perché unisce vittoria ed esposizione al rischio, ascesa e caduta, e perché la bici — con la sua relazione viscerale col paesaggio — è già di per sé un dispositivo narrativo. In lui la velocità diventa epica, la fragilità diventa poesia. È la materia perfetta per chi scrive canzoni: pochi gesti, riconoscibili da tutti (la “danza” sui pedali, la bandana, gli occhialini), e una biografia che chiede di essere raccontata. Non a caso molti testi alternano l’elogio sportivo alla riflessione sulla vulnerabilità: l’uomo prima del campione, la ferita prima del trionfo.
C’è poi un altro aspetto: Pantani ha creato appartenenza. Le sue imprese riportavano la gente sulle strade, nelle piazze, davanti alla TV. È il terreno naturale su cui attecchiscono i canti popolari e, nell’era dei social, le playlist collettive. Per questo le canzoni su di lui non sono solo epitaffi: sono strumenti di comunità, piccoli rituali che rinnovano il patto fra chi guarda e chi pedala.
Il risultato è un primato culturale: nessun altro atleta italiano dei nostri anni vanta un simile patrimonio musicale, capace di attraversare generi e generazioni. Non si tratta di numerologia, ma di impatto: un atleta che continua a generare voce. E finché quelle canzoni verranno suonate in un pub, in una radio locale o in cuffia durante una salita, Pantani resterà un presente che pedala.
