di Alessandro Palladino*
I disturbi neuropsichiatrici legati allo stress, come il disturbo depressivo maggiore e il disturbo da stress post-traumatico, portano ad enormi conseguenze socioeconomiche e individuali.
La resilienza, il processo di adattamento di fronte alle avversità, è un concetto importante che consente di comprendere le differenze individuali nelle risposte allo stress, con la speranza di sfruttare queste informazioni per lo sviluppo di nuove terapie che imitano i meccanismi naturali di resilienza del corpo.
Lo stress psicosociale fa parte della nostra vita quotidiana, ad esempio essere vittime di bullismo a scuola o al lavoro o la recente perdita di un parente stretto, e molte persone subiscono abusi fisici o sessuali.
Tuttavia, è anche intuitivo che le reazioni individuali a eventi traumatici simili possano essere diverse. Questi vanno dai disturbi mentali invalidanti per tutta la vita a reazioni di stress acuto relativamente moderate o anche a un effetto rinforzante che protegge da traumi futuri.
È stato presto stabilito che la resilienza è un fenomeno comune piuttosto che un processo straordinario. Da dove parte il messaggio di adattamento o non-adattamento all’evento stressante? Una reazione adeguata del corpo alle minacce acute è un meccanismo cruciale per adattarsi ai cambiamenti ambientali che si verificano in diverse fasi di sviluppo nel corso della vita.
Il sistema nervoso autonomo e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene svolgono un ruolo chiave nell’orchestrare la reazione del corpo alle minacce. In caso di pericolo, l’ipotalamo secerne l’ormone di rilascio della corticotropina, che tramite l’ormone ipofisario adrenocorticotropina induce la produzione di cortisolo dalla corteccia surrenale. Queste risposte mediano la necessaria reazione acuta “lotta o fuga”.
L’ippocampo, una sorta di relais impiantato del nostro sistema centrale, è fondamentale nel mediare le risposte allo stress in quanto produce sostanze che riducono la neurogenesi. I risultati riguardanti il ruolo della neurogenesi dell’ippocampo hanno dimostrato che rispetto ai soggetti resilienti appartenenti al gruppo di controllo, 4 settimane dopo nei soggetti sensibili alla sconfitta mostrano una maggiore sopravvivenza di quei neuroni prodotti 24 ore dopo ma non quelli prodotti prima dello stress di sconfitta.
Ciò sta a significare che la soppressione della neurogenesi, ha portato a comportamenti proresilienti e quindi ad una risposta disadattativa allo stress confermando invece che l’aumento della neurogenesi dell’ippocampo promuove la resilienza allo stress della sconfitta sociale.
Nel corso degli anni, diversi fattori sono stati collegati alla resilienza, tra cui una forte rete di supporto sociale e tratti comportamentali intrinseci, come l’ottimismo. Le singole strategie di coping – e cioè l’insieme delle strategie cognitive e comportamentali che una persona mette in atto per superare situazioni percepite come stressanti, avverse o superiori alle proprie risorse – sono particolarmente rilevanti per la resilienza e possono essere classificate in due categorie.
La prima categoria sono le risposte di coping attive, che sono sforzi intenzionali del soggetto volti a ridurre al minimo il danno fisico, psicologico o sociale di un fattore di stress e che sono associati al controllo effettivo o percepito sul fattore di stress. Si ritiene che tale coping porti a cambiamenti che facilitano una risposta adattiva e resiliente.
La seconda categoria, il coping passivo, include meccanismi come l’evitamento o l’impotenza ed è associata a una maggiore vulnerabilità. L’onere sociale e individuale comportato dai disturbi neuropsichiatrici legati allo stress è immenso. Gli sforzi nello sviluppo di trattamenti per tali disturbi si sono concentrati sulla prevenzione o sull’inversione degli effetti dannosi dello stress.
Comprendere i meccanismi neurobiologici che promuovono la resilienza allo stress in alcuni individui, ma mancanti in quelli che sono intrinsecamente più suscettibili, costituisce un approccio nuovo, ulteriore importante nella biologia dello stress.
In effetti, i primi studi clinici suggeriscono che indurre meccanismi di resilienza naturale negli esseri umani depressi potrebbe essere un percorso efficace per la scoperta di farmaci antidepressivi.
La neurobiologia della resilienza è complessa, coinvolge molti sistemi convergenti che alla fine influenzano la funzione e il comportamento del cervello. Una delle sfide principali sarà quella di ottenere un modello olistico di resilienza che comprenda sia i sistemi periferici che i circuiti chiave nel cervello per rispondere a domande centrali.
Per affrontare le molte domande aperte sul campo, con l’obiettivo di sviluppare opzioni terapeutiche tanto necessarie, sarà fondamentale un approccio multidisciplinare che incorpori più livelli di analisi del cervello e studi di diversi organi periferici.
Perché alcuni individui hanno più probabilità di altri di sviluppare un disturbo da stress post-traumatico di fronte a livelli simili di esposizione al trauma? La ricerca epidemiologica ha chiarito che i fattori di rischio che aumentano la probabilità di stress post-traumatico dopo l’esposizione a un evento potenzialmente traumatico. Sono un’interazione tra un soggetto, un fattore traumatico e un contesto sociale. Nessuno studio neurobiologico attualmente ha ancora trovato un marcatore biologico, che apparentemente e inevitabilmente predisporrebbe un soggetto ad un disturbo da stress posttraumatico. La strada da percorrere è ancora lunga.
*Il dottor Alessandro Palladino, cesenaticense, è chirurgo generale del Dipartimento Grandi Traumi del Trauma Center dell’Ospedale “M. Bufalini” di Cesena. Formatasi a Parma, ha lavorato in Italia e in vari Paesi europei in chirurgia addominale, vascolare e toracica, con lunga esperienza in laparoscopia e chirurgia robotica. Referente per la chirurgia mininvasiva della parete addominale, è autore di studi premiati, relatore in congressi, peer reviewer e impegnato nel sociale e nell’oncologia pediatrica con il Lions Club Cervia Cesenatico.