di Peppe Panella
Tra l’ottimismo manifestato dal presidente di CNA Est Romagna, Davide Caprili, e il severo richiamo alla realtà contenuto nell’editoriale pubblicato da La Voce di Cesenatico, probabilmente esiste una terza via: quella dei fatti.
Da una parte c’è chi vede nella kermesse “L’Isola si anima” il segnale di una rinnovata attenzione verso Viale Carducci e intravede i primi passi di un percorso di rilancio. Dall’altra c’è chi, osservando le numerose serrande abbassate, i locali sfitti e il progressivo impoverimento dell’offerta commerciale, invita a non confondere qualche appuntamento estivo con una strategia di sviluppo.
La verità, come spesso accade, si misura camminando lungo il viale e ascoltando chi, ogni giorno, alza la saracinesca. E ciò che emerge è una sensazione diffusa di abbandono che dura ormai da molti anni.
Sia chiaro: nessuno mette in discussione la buona volontà degli organizzatori, né il diritto di tentare di animare una delle arterie più importanti della città. Ma forse sarebbe opportuno distinguere tra animazione e rilancio. Sono due concetti profondamente diversi.
Difficile pensare che qualche serata estiva, per quanto ben confezionata, possa restituire centralità e dignità commerciale ad una zona che da anni denuncia un progressivo impoverimento del proprio tessuto economico. Ancora più difficile immaginare che la presenza dei vacanzieri concentrata nei fine settimana o nei quindici giorni centrali di agosto possa invertire una tendenza che affonda le proprie radici in scelte urbanistiche, commerciali e politiche maturate nel corso di decenni.
Viale Carducci continua ad essere una grande incompiuta. Dovrebbe rappresentare il naturale collegamento tra il mare e il centro storico, una cerniera urbana capace di unire due anime della città. Invece resta sospesa in una sorta di limbo amministrativo, troppo importante per essere ignorata ma evidentemente non abbastanza da meritare una strategia strutturale e continuativa.
I commercianti lo ripetono da anni. Più che eventi chiedono visione. Più che slogan chiedono investimenti. Più che promesse chiedono attenzione. E soprattutto chiedono di non essere ricordati soltanto quando arriva la stagione turistica o quando occorre riempire il calendario degli appuntamenti estivi.
Il rischio è che anche questa finisca per essere l’ennesima estate delle aspettative rinviate. Una stagione fatta di conferenze stampa, dichiarazioni entusiaste, manifesti colorati e immancabili annunci di rilancio. Nel frattempo le serrande continuano ad abbassarsi e le difficoltà restano tutte lì, ben visibili a chi percorre il viale senza la necessità di filtri ottimistici imposti dalla politica.
E poi bisogna dirlo chiaramente: non c’è Hub Urbano che tenga. Del resto, chi frequenta quotidianamente il territorio e raccoglie le preoccupazioni degli operatori economici conosce bene le criticità che negli anni hanno progressivamente indebolito il tessuto commerciale cittadino, soprattuto tra i viali del centro storico. Tra queste vi è certamente la proliferazione di attività che hanno poco o nulla a che vedere con un’idea di commercio qualificato e con la valorizzazione dell’identità turistica della città.
Minimarket improvvisati, bazar e negozi di oggettistica a basso valore aggiunto hanno progressivamente occupato spazi sempre più ampi, contribuendo ad un generale impoverimento dell’offerta commerciale e, in alcuni casi, entrando persino in concorrenza con attività che operano nel pieno rispetto delle regole e sostengono costi ben diversi.
Non è certamente questa la visione di sviluppo che la stessa Regione Emilia-Romagna immaginava quando parlava di “rigenerazione urbana”, “qualità commerciale” e “Hub Urbani”, stanziando tra l’altro una cifra irrisoria in tal senso per cercare di invertire la rotta.
E proprio sul tema degli Hub Urbani, al netto degli annunci e delle aspettative, resta ancora difficile comprendere quali saranno gli effetti concreti per una città come Cesenatico che continua a perdere attrattività commerciale in alcune delle sue zone più strategiche.
Del resto, anche sul fronte degli eventi cittadini, la sensazione è quella di una programmazione che fatica a fare il salto di qualità. Persino la distribuzione degli ospiti della Notte Rosa sembra raccontare una città che negli ultimi anni si è progressivamente accontentata delle seconde file. Non sarà Alfa, con tutto il rispetto per il cantante del momento, né qualche festival di nicchia, elegante quanto autoreferenziale fatto con ospiti importanti, a modificare il quadro generale.
Perché il problema non è il singolo concerto, il singolo evento o la singola serata. Cesenatico non è solo il Porto Canale o Piazza Ciceruacchio. Cesenatico è Valverde, Villamarina, Viale Carducci lato ex Nuit, e molto altro. Il problema è l’assenza di un disegno complessivo.
La sensazione diffusa è che manca una visione capace di immaginare la nostra città dei prossimi dieci anni. Manca un progetto che tenga uniti insieme turismo, commercio, qualità urbana e attrattività. Manca, soprattutto, quella ambizione che in passato aveva consentito alla città di distinguersi e di essere un punto di riferimento sulla riviera. L’impressione è che ormai la politica viva solo di spot, di flash, di comunicazione da dare in pasto ai social media.
Nel frattempo si continuerà a parlare di rilancio. E forse è proprio questo il vero miracolo dell’estate cesenaticense: riuscire ogni anno a celebrare una rinascita che, puntualmente, viene rinviata all’anno successivo. Perché il vero problema di Cesenatico non è la mancanza di eventi. È la mancanza di una visione capace di andare oltre l’evento.