La camicia nera sotto la fascia tricolore, nel giorno della Festa della Repubblica, è una di quelle immagini che sembrano fatte apposta per non lasciare scampo: o indignazione immediata o difesa ideologica.
Mauro Giannini, sindaco di Pennabilli, non è nuovo a scelte estetiche e politiche destinate a far discutere. Anzi, le rivendica. E dunque stupirsi troppo rischia di essere ingenuo; fingere che sia solo una questione di guardaroba, invece, è comodo.
Il 2 giugno non è una sfilata neutra. È la festa della Repubblica nata dopo il fascismo, costruita su una Costituzione che dell’antifascismo porta il segno storico e politico. Per questo l’Anpi protesta, e non senza ragioni.
Detto questo, l’Italia è anche il Paese in cui ogni provocazione trova il suo megafono e ogni indignazione il suo comunicato. Giannini conosce perfettamente il copione: indossa, posta, risponde, rilancia. Gli avversari fanno altrettanto. Il risultato è che la Festa della Repubblica diventa l’ennesimo ring identitario, dove ciascuno recita la parte assegnata: il sindaco nostalgico e anticonformista, l’Anpi indignata, la politica che commenta, i social che giudicano.
Si può essere severi senza essere isterici. Chi rappresenta un Comune dovrebbe sapere che la fascia tricolore non è un accessorio da abbinare al proprio immaginario personale. Ma chi difende i valori repubblicani dovrebbe anche evitare di trasformare ogni caso in un processo permanente, perché così il provocatore ottiene esattamente ciò che cerca: centralità.
Forse basterebbe ricordare che le istituzioni non chiedono abiure teatrali, ma misura. E che il 2 giugno sarebbe già una festa abbastanza importante senza bisogno di travestirla da regolamento di conti con il Novecento.