In Romagna, secondo un articolo pubblicato nei giorni scorsi da Il Resto del Carlino, si fa di nuovo concreta l’ipotesi di accorpare le diocesi di Cesena-Sarsina e Forlì-Bertinoro (circa 340 mila residenti).
In ambienti di curia la voce circola con insistenza: dal 2028 le due sedi potrebbero essere rette dallo stesso vescovo, mons. Caiazzo, che subentrerebbe al vicino mons. Corazza al compimento dei 75 anni.
Una soluzione “in persona episcopi” – due diocesi, un solo pastore – che farebbe da ponte alla fusione vera e propria nel 2031, quando anche Caiazzo raggiungerà i 75 anni e il suo successore riceverebbe una nuova diocesi unificata.
Il quadro, raccontano i ben informati, si muove lungo le linee indicate dal pontefice Leone XIV e dal nunzio Rajič, in continuità con indirizzi già sperimentati: accorpamenti motivati da ragioni pastorali, organizzative e demografiche. Gli occhi sono puntati anche su Faenza-Modigliana: la nomina del dopo-Toso o un’eventuale unione con Ravenna-Cervia darebbero un precedente significativo per Cesena e Forlì.
La prospettiva, però, divide. In passato mons. Corazza parlò dell’ipotesi come concreta; mons. Regattieri, predecessore di Caiazzo, la giudicò “scongiurabile”, ricordando la vitalità e la dimensione delle due Chiese locali.
Oltre al profilo spirituale, ci sono snodi pratici: con la fusione, patrimoni, archivi e fondi confluirebbero in un’unica amministrazione e la nuova diocesi avrebbe un solo consiglio per gli affari economici. Una cattedrale resterebbe sede principale, l’altra diverrebbe concattedrale, come avvenne nel 1986 per Sarsina.
C’è poi la questione simbolica e pastorale: il vescovo dovrebbe risiedere in una delle due città già nella fase intermedia, con il rischio di smarrimento tra i fedeli che si sentirebbero “senza pastore”. A Cesena, per molti, l’eventuale perdita dell’autonomia ecclesiale avrebbe il sapore di un’ulteriore spoliazione dopo quelle laiche degli ultimi decenni.
Per ora siamo alle indiscrezioni. Ma il calendario – 2028 per la reggenza condivisa, 2031 per l’assetto definitivo – è segnato. Se maturerà la scelta, alla Romagna ecclesiale toccherà un riassetto profondo: meno confini, più coordinamento. Con una sfida decisiva: non perdere prossimità alle comunità mentre si ottimizzano strutture e risorse.