di Peppe Panella
A Cesenatico la povertà non è una novità, ma lo è la sua visibilità. Finché restava ai margini, discreta o invisibile, poteva essere ignorata; quando invece prende forma concreta sotto i portici, nei corpi e nei gesti di chi non ha più un rifugio, diventa improvvisamente un problema collettivo. Non tanto per ciò che è, ma per ciò che rappresenta.
In questo quadro si inserisce anche la sollecitudine del sindaco Matteo Gozzoli, intervenuto con una certa urgenza nel dibattito pubblico per puntualizzare che, a breve, dovrebbe entrare in funzione un dormitorio nuovo di zecca che dovrebbe alleviare, almeno in parte, sia il disagio di chi non ha un letto per dormire, sia di chi avverte la presenza dei clochard con una certa ansia.
Una risposta che prova a ricondurre l’emergenza entro i confini dell’amministrabile, ma che rivela al tempo stesso la pressione di una comunità inquieta, desiderosa di rassicurazioni rapide più che di comprensioni profonde.
Si innesta qui anche una narrazione diffusa, quasi difensiva, che tende a ribadire come la città appartenga più all’orizzonte ordinato delle capitali europee del turismo balneare che a quello, evocato con fastidio, di realtà urbane percepite come prive di decoro.
È un confronto implicito che tradisce un bisogno di collocazione. Oggi non basta tanto capire il fenomeno, quanto prendere le distanze da esso, riaffermando un’identità turistica, pulita e prevedibile nella quale tutte si riconoscono su patinati sfondi social fatti di luce, benessere ed invidia e storie instangrammabili
La povertà che oggi inquieta non è solo mancanza di mezzi: è perdita di ordine, di decoro, di quella rassicurante illusione che il benessere sia stabile, garantito e (quasi) diffuso. Il disagio nasce da qui, da uno specchio scomodo. I senza tetto non sono soltanto “altri”. Essi sono la prova vivente che la distanza tra sicurezza e fragilità può essere più breve di quanto si voglia credere.
Per questo la povertà fa paura: non perché disturba lo spazio, ma perché incrina la narrazione. E una comunità che si scopre vulnerabile tende prima a difendersi, e poi, forse ad interrogarsi.