di Peppe Panella
Ci risiamo. Qualche giorno fa, su queste pagine, è comparso l’ennesimo servizio fotografico dedicato al degrado del Parco di Levante. Cestini stracolmi, rifiuti sparsi ovunque, bottiglie abbandonate, materiali accatastati, strutture lasciate all’incuria. Un’immagine che, nel pieno della stagione turistica, rappresenta probabilmente il peggior biglietto da visita che una città possa offrire ai propri ospiti.
E il Parco di Levante non è un’eccezione. È semplicemente l’ennesima fotografia di un fenomeno che ormai riguarda gran parte di Cesenatico. Da Ponente a Valverde, passando per Villamarina, Zadina e arrivando persino nelle vie immediatamente a ridosso del centro storico, come via Mazzini, le segnalazioni si moltiplicano. Cassonetti pieni fino all’inverosimile, monnezza lasciata accanto ai contenitori, odori nauseabondi che con quaranta gradi diventano parte del paesaggio urbano. E la cosa più preoccupante è che non succede più soltanto a luglio e agosto.
Negli ultimi anni questa situazione si ripresenta anche nei mesi in cui il turismo è decisamente più contenuto. È diventata quasi una normalità. E quando il degrado diventa normale significa che qualcosa, evidentemente, si è inceppato. Chi vive a Cesenatico da qualche decennio ricorda bene un’altra città. Non perfetta, certo, ma una città nella quale i cestini traboccanti rappresentavano un’eccezione e non la regola.
Poi è arrivata la stagione delle grandi esternalizzazioni e la gestione dei rifiuti è passata quasi totalmente nelle mani di una delle più grandi multiutility italiane, una società quotata in Borsa che ogni anno macina utili milionari operando in molteplici settori. Tutto legittimo, per carità. Ma una domanda è altrettanto legittima: se i costi sostenuti da cittadini e imprese continuano ad aumentare, perché la percezione della qualità del servizio sembra andare nella direzione opposta?
Perché qui non stiamo parlando soltanto del cestino traboccante sul lungomare. Sempre più spesso sono i grandi contenitori della carta, della plastica e della raccolta differenziata presenti in strada a trasformarsi in monumenti permanenti al “tutto esaurito”. Quando il cassonetto è colmo fino all’orlo, il cittadino che vuole conferire correttamente il proprio rifiuto non ha alternative: è costretto a lasciarlo accanto al contenitore. Poi arriva l’immancabile fotografia della “monnezza” sui social e si dà la colpa, indistintamente, a chi ha depositato il sacchetto. Ma forse la domanda dovrebbe essere un’altra: quel contenitore perché era ancora pieno? Perché non è stato svuotato nel corso della giornata?
Naturalmente esiste anche un problema di maleducazione e di inciviltà. Sarebbe assurdo negarlo. Chi abbandona un sacchetto o una bottiglia dimostra di non avere alcun rispetto per la città e per i suoi cittadini. Ma è proprio per questo che il servizio dovrebbe essere organizzato per fronteggiare queste situazioni. Se i cestini vengono lasciati pieni per ore, se non per giornate intere, il cittadino incivile trova il contesto ideale per peggiorare ulteriormente la situazione. La sociologia definisce questo fenomeno con un nome ben preciso: la teoria delle finestre rotte. Nel caso specifico, quando i potenziali zozzoni vedono immondizia sparsa ovunque tendono a comportarsi di conseguenza, conferendo ulteriori rifiuti senza alcun rispetto delle regole.
Ed è qui che entra in campo la politica. Perché amministrare una città non significa soltanto immaginare grandi opere o progettare nuove infrastrutture. Significa soprattutto verificare che ciò che ogni giorno incide sulla qualità della vita delle persone funzioni davvero.
Un servizio quasi totalmente esternalizzato non è un servizio dimenticato. Chi amministra ha il dovere di controllare il rispetto dei contratti, verificare gli standard qualitativi, pretendere interventi puntuali e, se necessario, contestare i disservizi e applicare le penali previste. Perché quei contratti vengono pagati con i soldi dei cittadini.
La politica, quella vera, si misura anche sulla raccolta dei rifiuti, sul decoro urbano, sulla pulizia delle strade, sulla manutenzione quotidiana. È lì che i cittadini e i turisti valutano la credibilità di un’amministrazione, molto più che davanti a un rendering del Ponte del Gatto.
E qui viene inevitabile una riflessione. Negli ultimi anni sembra che Cesenatico abbia sviluppato una vera passione per i ponti. Appena questa amministrazione ne individua uno, scatta quasi automaticamente l’idea di rifarlo. È come se esistesse una sorta di attrazione irresistibile. Un ponte da demolire, uno da ricostruire, uno da ripensare, uno da inaugurare. Alla fine viene da chiedersi se il vero piano urbanistico della città non sia diventato, oltre che una collezione di accordi di programma ad hoc, un gigantesco catalogo di attraversamenti fluviali e depressionari.
Nel frattempo, però, i turisti continuano ad attraversare prima i marciapiedi che i ponti. E su quei marciapiedi trovano spesso cestini pieni, cassonetti stracolmi, sacchi abbandonati e odori nauseabondi che raccontano una città molto diversa da quella che si cerca di promuovere nelle brochure e nei rendering.
Forse varrebbe la pena cambiare, almeno qualche volta, l’ordine delle priorità. Perché un ponte nuovo può certamente migliorare la viabilità, così come l’adeguamento sismico di una scuola rappresenta un investimento doveroso sulla sicurezza. Ma un cassonetto svuotato, una strada pulita, un parco pubblico decoroso migliorano la qualità della vita ogni singolo giorno.
Un ponte si inaugura una volta sola. Una scuola ristrutturata pure. Una città pulita, invece, andrebbe inaugurata ogni mattina. Ed è forse questa la vera opera pubblica che i cittadini si aspettano. E probabilmente anche quella che i turisti ricorderebbero più volentieri.