27 Settembre, 2026 Cesenatico

Abusi nel clero, la mappa della Romagna: 24 casi censiti, dieci nel Forlivese-Cesenate

Ventiquattro casi censiti in Romagna nell’arco di venticinque anni: dieci nella provincia di Forlì-Cesena, indicata nel documento semplicemente come “Forlì”, sette a Rimini e altrettanti a Ravenna. È la fotografia tracciata dal secondo rapporto dell’Osservatorio permanente di Rete L’Abuso dedicato ai crimini sessuali attribuiti al clero e al cosiddetto indotto laico.

La Romagna raccoglie così quasi un terzo dei 75 casi registrati in Emilia-Romagna. Il dato regionale parla di 192 vittime conosciute, 185 delle quali minorenni: 150 maschi e 42 femmine. I soggetti censiti sono 71 sacerdoti, un catechista e tre laici. Quanto alla posizione penale, l’associazione classifica 53 episodi come “sommersi”, quattro denunciati, uno ancora oggetto d’indagine e dieci conclusi con condanne definitive. Si tratta tuttavia di numeri regionali, non suddivisi tra le singole province.

Cesenatico, il caso Giacomoni

Il principale episodio legato direttamente a Cesenatico è quello di don Giuseppe Giacomoni. Le numerose pagine presenti nell’archivio non raccontano casi differenti, ma le varie fasi della medesima vicenda giudiziaria.

Nato a Montescudo nel 1925 e ordinato sacerdote nel 1953, Giacomoni aveva fatto parte dei salesiani ed era stato direttore del Collegio delle Scuole salesiane di Faenza. Negli anni Novanta era stato accolto nella parrocchia di San Giacomo a Cesenatico, per poi operare a Villalta e nelle comunità della zona pastorale del mare. Dal 2001 apparteneva al presbiterio della diocesi di Cesena-Sarsina.

L’inchiesta esplose nel 2006. Il sacerdote, presidente dell’associazione Arcobaleno, accreditata presso il Tribunale per i minorenni di Bologna, venne accusato di avere sottoposto giovani stranieri a ricatti e violenze sessuali e di averli indotti alla prostituzione. Nel procedimento risultava coinvolto anche un ristoratore di Cesenatico.

Il giudizio abbreviato si concluse nel 2007 con una condanna a otto anni e una provvisionale di 140mila euro. La pena definitiva, dopo il passaggio in Cassazione, fu di sei anni e otto mesi. Giacomoni entrò in carcere nel novembre 2009; l’anno seguente venne respinta la richiesta di sospensione della pena. Morì nel 2020 all’ospedale di Ravenna, dove era ricoverato dopo avere contratto il Covid.

Gambettola, quattro anni e mezzo

Un secondo procedimento documentato riguarda don Alvaro Tejada Coca, sacerdote boliviano ed ex cappellano di Gambettola. Il fatto risale al maggio 2009 e coinvolse un ventiduenne che denunciò di essere stato violentato nei locali della parrocchia.

Nel gennaio 2010 il Tribunale di Forlì condannò il sacerdote, con rito abbreviato, a quattro anni e sei mesi di reclusione. Alla vittima e all’associazione Papa Giovanni XXIII furono riconosciuti complessivamente 106mila euro. Il sacerdote, sospeso “a divinis”, rimase in carcere, mentre la difesa annunciò ricorso: la pagina consultata riferisce quindi una sentenza di primo grado, non l’esito definitivo del procedimento.

Forlì, i Romiti e il caso Zaghini

L’archivio ricorda inoltre una condanna a due anni pronunciata nel 2004 nei confronti di un sacerdote della parrocchia dei Romiti di Forlì, dopo l’ammissione di alcune responsabilità. La pagina pubblica non riporta però il nome, il numero delle vittime o i successivi sviluppi giudiziari.

Diversa e da tenere separata è la vicenda di don Franco Zaghini, allora abate di San Mercuriale. Il sito pubblica titoli contrastanti: uno parla di un’indagine per pedopornografia, mentre un altro riporta la smentita del suo avvocato. I contenuti completi sono riservati e non consentono di ricostruire un esito certo. Senza atti giudiziari, questo episodio non può essere presentato come un caso accertato di abuso.

Ravenna, la condanna di Desio

La vicenda ravennate più documentata è quella di Giovanni Desio, parroco di Casal Borsetti dal 2001 al 2014. Arrestato nell’aprile 2014, venne accusato di atti sessuali con quattro ragazzi di età compresa tra i 12 e i 15 anni, oltre che di adescamento e sostituzione di persona.

Condannato in primo grado a dieci anni e otto mesi, ottenne in appello una riduzione a otto anni e otto mesi. La condanna divenne definitiva nel 2016, con il conseguente ingresso in carcere. Nel 2021 il sito riferì del suo ritorno in libertà.

Nel febbraio 2015 comparve anche la notizia di un altro sacerdote indagato dopo le confidenze di un ragazzo. Il religioso, proveniente dai lidi ravennati, era stato trasferito in una parrocchia cittadina. Il sito non ne pubblicò il nome né riportò l’esito dell’inchiesta: resta dunque una notizia relativa a un’indagine, non una responsabilità accertata.

Tra il 2012 e il 2013 venne inoltre raccontata la denuncia di un giovane contro un sacerdote della diocesi di Ravenna, ma assegnato a una parrocchia del Ferrarese. Anche in questo caso non è indicato un esito definitivo e l’episodio, pur riguardando la diocesi ravennate, non è automaticamente attribuibile alla provincia di Ravenna.

Rimini, sette casi ma poche informazioni pubbliche

Per Rimini il rapporto indica sette casi, ma l’archivio aperto offre pochissimi elementi. L’unico episodio territoriale chiaramente individuabile risale al 2001 e riguarda un ex sacerdote trentottenne accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di un quattordicenne. Nome, località precisa ed esito processuale sono però nascosti nella sezione riservata del sito.

Le altre sei posizioni non risultano ricostruibili attraverso le pagine pubbliche. Anche gli articoli sul sammarinese Steven Raul James, condannato in Italia per violenze su quattro minori e inizialmente detenuto a Rimini, non permettono di stabilire se la vicenda sia compresa nel dato provinciale.

La conclusione impone dunque prudenza: i 24 casi rappresentano un dato elaborato da un’associazione, non una statistica ufficiale del Ministero della Giustizia. L’Osservatorio dichiara di basarsi su vicende seguite direttamente, testimonianze e documentazione pubblica. Per molti episodi nomi, atti ed esiti non sono liberamente consultabili. Il numero è rilevante, ma ogni posizione deve essere verificata separatamente, distinguendo sempre tra segnalazione, indagine, imputazione e condanna definitiva.

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