La stagione balneare si è appena conclusa e, come ogni anno, è tempo di bilanci. Dietro le giornate di sole, le spiagge affollate e il continuo viavai dei turisti c’è un’attività che spesso emerge solo quando qualcosa va storto: quella dei bagnini di salvataggio.
Un lavoro che richiede preparazione, attenzione e la capacità di intervenire in pochi secondi, quando una situazione apparentemente normale può trasformarsi in un’emergenza. Ne parliamo con Pietro Arcangeli, capo salvataggio della Cooperativa Bagnini di Gatteo Mare. Con lui ripercorriamo la stagione appena terminata per comprendere che cosa stia cambiando in una professione alle prese con responsabilità crescenti e con la difficoltà di trovare giovani disposti a intraprenderla.
Pietro, c’è stato un intervento di soccorso che ricorda in modo particolare?
“Il salvataggio più difficile è stato quello di una donna recuperata sott’acqua, priva di sensi. Una volta portata a riva, le possibilità di rianimarla sembravano ridottissime. Dopo venti minuti di manovre praticate dai bagnini di salvataggio Marco Pellegrino e Ones Gasperini, però, la donna ha tossito e ha ricominciato a respirare. È rimasta tre giorni in terapia intensiva, poi si è ripresa ed è stata trasferita all’ospedale della sua città, Reggio Emilia. Per tutti noi è stata una soddisfazione enorme”.
Perché il lavoro di salvataggio sembra attirare sempre meno ragazzi rispetto al passato?
“La spiegazione è piuttosto semplice. Un tempo era un lavoro molto ambito perché ben retribuito. Negli ultimi anni, invece, gli stipendi sono rimasti praticamente fermi, mentre sono aumentate le responsabilità civili e penali. A parità di compenso, molti ragazzi preferiscono lavorare nelle piscine degli hotel, dove le responsabilità sono minori e lo spazio da controllare è molto più limitato”.
È favorevole all’impiego dei minorenni nel servizio di salvataggio?
“Quest’estate ha lavorato con noi Elisa Hoxha, che ha 17 anni. Fin da bambina aveva seguito il percorso di baby salvataggio e maturato diverse esperienze prima di iniziare a lavorare, quindi conosceva già molto bene le dinamiche del mestiere. Come faccio con tutti i giovani, l’ho accompagnata, ma mi sono accorto che non c’era molto da insegnarle, al di là degli inevitabili errori che si possono commettere alla sua età.
Diverso il caso di Noah Muccioli, 18 anni, che aveva appena ottenuto il brevetto ed era alla sua prima esperienza assoluta al mare: per un mese l’ho affiancato ogni giorno. La vera differenza, dunque, non la fa la maggiore o minore età, ma l’esperienza maturata prima dell’assunzione. Emma Berlati, 22 anni, aveva già lavorato una stagione a Savignano Mare e si è dimostrata molto brava”.

Quante donne fanno parte della vostra squadra e come valuta la loro presenza in un lavoro che richiede attenzione, resistenza e capacità di intervenire nelle emergenze?
“Nella nostra squadra ci sono quattro donne: due lavorano in torretta e due al pronto soccorso in spiaggia. Per quanto riguarda l’attenzione, devo riconoscere che le donne hanno una marcia in più”.
Quest’estate ha fatto discutere l’obbligo della canottiera rossa, da indossare anche sul moscone nonostante le temperature elevate. È ancora una prescrizione sensata?
“Non sono d’accordo con questo obbligo, introdotto per renderci riconoscibili. Bisogna pensare a quanto sia più difficile nuotare indossando la canottiera durante un intervento e al rischio che una persona in preda al panico possa afferrarla, mettendo in difficoltà anche il soccorritore. Ci è stato detto che possiamo toglierla in un secondo, ma durante un’emergenza l’adrenalina non sempre consente di pensare a questo dettaglio prima di gettarsi in acqua. Quando siamo sul moscone rosso e indossiamo calzoncini con la scritta ‘salvataggio’ ben visibile, credo che gli elementi per renderci riconoscibili siano già sufficienti”.
La Cooperativa Bagnini di Gatteo Mare è stata tra le prime in Riviera a introdurre la moto d’acqua. Quanto è ancora importante negli interventi di soccorso?
“Da oltre vent’anni affianchiamo ai mosconi il servizio con la moto d’acqua, che copre circa 750 metri di costa. A mio avviso è un mezzo essenziale, perché la sua velocità d’intervento non ha paragoni. Il moscone, in effetti, consente di iniziare già in mare le manovre necessarie per soccorrere una persona in difficoltà, mentre sulla moto d’acqua questo non è possibile. Con la moto, però, si recupera il bagnante e lo si riporta a riva in pochissimo tempo. L’abbinamento tra moscone e moto d’acqua rappresenta quindi la soluzione migliore: sono due mezzi complementari, capaci di rendere il servizio più efficace. Trovo singolare che alcune cooperative della Riviera ancora non dispongano di una moto d’acqua. Oggi è davvero impensabile farne a meno: è uno strumento indispensabile”.
La VoceRomagnola