
Le classifiche letterarie hanno sempre qualcosa di arbitrario e, quando vengono affidate all’intelligenza artificiale, il rischio è quello di privilegiare la notorietà generale rispetto al peso storico e culturale effettivo di un autore. È quanto emerge da una recente graduatoria che individua i cinquanta poeti italiani più influenti della nostra letteratura, lasciando però fuori un nome che, a nostro avviso – e non solo per banali ragioni campanilistiche – avrebbe meritato ben altra considerazione: Marino Moretti.
Sia chiaro. Nessuno pensa di mettere in discussione la presenza di Dante, Petrarca, Leopardi, Ariosto, Tasso, Foscolo o Montale. Sono vette assolute, punti cardinali della storia letteraria italiana. Ma è davvero sostenibile che Moretti debba rimanere fuori da una lista che comprende, per esempio, Umberto Bellintani, Bartolo Cattafi, Antonio Porta, Elio Pagliarani o Nanni Balestrini?
La questione non riguarda il valore di questi autori, ma la loro effettiva influenza sul panorama culturale italiano. Marino Moretti non fu soltanto uno dei maggiori esponenti del Crepuscolarismo, ma rappresentò una delle voci più riconoscibili e originali della poesia italiana del Novecento. Amico di Aldo Palazzeschi e di Sergio Corazzini, interlocutore di Gabriele D’Annunzio, fu uno degli scrittori più stimati della sua generazione e lasciò un’impronta profonda anche come narratore.
Basterebbe ricordare raccolte come Poesie scritte col lapis, Il giardino dei frutti o La malinconia, opere nelle quali la quotidianità, la provincia, le piccole cose e una raffinata malinconia diventano materia poetica. Una rivoluzione silenziosa, forse meno appariscente di altre, ma non per questo meno significativa.
Dal punto di vista filologico e storiografico, poi, il nome di Moretti compare regolarmente nelle più autorevoli storie della letteratura italiana, da Natalino Sapegno a Carlo Bo, da Emilio Cecchi a Giulio Ferroni. Difficile sostenere che la sua influenza sia stata inferiore a quella di diversi autori inseriti nella graduatoria.
La sensazione è che l’intelligenza artificiale abbia pagato il prezzo di una certa tendenza a premiare ciò che oggi è maggiormente citato o presente nel dibattito contemporaneo, trascurando invece l’effettiva sedimentazione storica delle opere.
In una ipotetica classifica dei cinquanta maggiori poeti italiani, Marino Moretti probabilmente non contenderebbe il podio ai giganti assoluti. Ma una posizione tra il trentesimo e il quarantesimo posto, forse anche più in alto, sarebbe tutt’altro che scandalosa.
Del resto, se ancora oggi la casa di via Marino Moretti a Cesenatico è meta di studiosi, se le sue opere continuano a essere ristampate e se il suo nome occupa un posto stabile nei manuali universitari, una domanda sorge spontanea: davvero Marino Moretti vale meno di tanti altri nomi presenti in quella graduatoria?
Secondo noi, in questo caso, l’intelligenza artificiale ha sbagliato. E non di poco. Perché la storia della letteratura non si misura soltanto con gli algoritmi, ma anche con la memoria culturale, con la profondità dell’opera e con quella capacità, rara e preziosa, di trasformare in poesia le piccole cose della vita. Ed è esattamente ciò che Marino Moretti seppe fare come pochi altri.