“Mi chiamo Gabriele Monteverde e desidero cambiare il mio amministratore di sostegno e la mia badante. Loro non si prendono cura di me e mi costringono a vivere in una casa trascurata. Da anni chiedo di essere ascoltato. Perchè nessuno mi ascolta?”.
Torniamo a parlare di Gabriele, un uomo di 52 anni affetto da una disabilità intellettiva moderata che, dal 2009 (dopo la morte dei genitori), vive da solo in un appartamento a Cesena, ma che ogni giorno trascorre il suo tempo a Cesenatico, la città in cui vorrebbe vivere.
Ogni giorno, infatti, sale sull’autobus e si reca nella nostra città per passeggiare tra le vie che gli ricordano la mamma e la nonna. “A me piace il mare – dice – perché non posso vivere a Cesenatico? La mamma amava tanto questa città…”.
La sua è una storia delicata, non semplice da raccontare, dove regole e libertà non sempre trovano un punto di incontro. Una storia con tante ombre, ma che nasce da un teorema che non può mai essere in discussione: il disagio psichico, per quanto conclamato, non dovrebbe mai privare la persona dei suoi diritti personali e giuridici e, soprattutto, della sua dignità.

E così, in quel limbo che divide la sacralità dei diritti umani dai protocolli della legge, scorre la vita grama di Gabriele che, per fortuna, ha alcuni parenti che gli vogliono bene e che stanno cercando, tra mille ostacoli, di farlo uscire da una situazione paradossale che lui – e non è un dettaglio – non sopporta più.
Sono stati lo zio e le cugine, infatti, a mettergli a disposizione un legale che, proprio nei giorni scorsi, ha depositato una nuova istanza – la terza – in cui chiede al Tribunale di Forlì, ovviamente con il benestare di Gabriele, la sostituzione dell’Amministratore di Sostegno e della badante che si occupa di lui.
Gabriele Monteverde, che tutto sommato é “in grado di intendere e di volere”, è anche quel 50enne che – la sera dell’11 dicembre 2024, sulla linea 92 del pullman che copre la tratta Cesena/Cesenatico – fu brutalmente aggredito da due energumeni pregiudicati poi incastrati dalle telecamere di sicurezza e finiti a processo: “Per quell’episodio – spiegano i familiari di Gabriele – l’amministratore di sostegno aveva incaricato un legale ma senza consultare né la parte lesa (ovvero Gabriele) né la sua famiglia. Tutto ciò nonostante Gabriele avesse chiesto di poter scegliere un avvocato di sua fiducia. Per altro, la sua badante ha insistito affinché Gabriele presenziasse all’udienza (non obbligatoria) incalzandolo in maniera ostinata, nonostante la sua esplicita volontà di non recarsi in tribunale per timore, dopo il trauma subito, di incontrare nuovamente i suoi aggressori”.
Insomma, Gabriele – che, lo ribadiamo, vorrebbe poter cambiare sia l’amministratore di sostegno che la sua badante – non ha smesso di lottare e continua a chiedere aiuto ai giudici per far valere i proprio diritti.
Lo scorso 7 giugno suo zio è andato a fargli visita nel suo appartamento di Cesena: la sera ha fotografato il blister delle pastiglie che la badante dovrebbe somministrargli quotidianamente. La domenica mattina, dopo che la stessa si era recata da Gabriele per la colazione (preparata sbrigativamente con acqua e caffè d’orzo), il blister era ancora intatto. Inoltre, ha fotografato la “cena” preparata in tutta fretta il sabato mattinata: un piatto di ceci in scatola.

Domenica sera, al suo rientro da Cesenatico, Gabriele ha telefonato alla sua badante che non si era presentata per preparargli la cena: “Arrangiati”, le avrebbe risposto lei. E così, come in tante altre occasioni, Gabriele ha cenato con una briosche offerta generosamente da qualche bar a Cesenatico.
Ribadiamo, come abbiamo già fatto in passato, che non esistono, ad oggi, prove inconfutabili per sostenere che i diritti di Gabriele siano violati né per ritenere che il Tribunale che si occupa di lui dopo la morte dei genitori non abbia fatto in pieno il suo dovere decidendo sempre nell’esclusivo interesse del suo benessere individuale, ma la sua storia – che apre profonde riflessioni sul tema della disabilità mentale – merita comunque di essere approfondita perché, in uno Stato civile, nessun handicap può rappresentare un fattore di indebolimento dei diritti personali.
