Il “caso dell’Hotel Carlton”, che ha tenuto banco nelle scorse settimane su tutti i giornali di Riccione, si arricchisce di un elemento nuovo e particolarmente delicato. Dopo settimane di comunicati, provvedimenti amministrativi e iniziative giudiziarie, nella vicenda spunta anche il nome di Mattia Bastoni. Non come titolare formale della società che gestisce la struttura, ma quale persona che, secondo quanto riferito dalla proprietaria dell’albergo, avrebbe avuto con lei diversi colloqui riguardanti l’attività.
Allo stato attuale, va detto, non risultano elementi sufficienti per attribuire formalmente a Bastoni responsabilità gestionali, societarie o giuridiche. La proprietaria, tuttavia, afferma di averlo riconosciuto, incontrato e interpellato più volte, maturando la convinzione che possa avere avuto un ruolo occulto nella conduzione dell’albergo.
Il punto di partenza della vicenda rimane il contratto relativo all’Hotel Carlton, storica struttura di viale Gramsci. Il rapporto con la società affittuaria è terminato formalmente il 23 maggio per scadenza naturale. Prima di quella data, il giudice civile aveva già disposto il rilascio dell’immobile, fissando il termine del 25 maggio. A ciò si è aggiunto un provvedimento del Comune di Riccione che vieta la prosecuzione dell’attività alberghiera e dispone la revoca della Scia.
Nonostante questi atti, gli occupanti risultano ancora all’interno della struttura. La proprietà sostiene inoltre di non avere più alcun controllo sull’albergo, sui servizi offerti, sulle prenotazioni e sulla gestione dei clienti. Nel frattempo sono emerse recensioni negative e segnalazioni relative alle condizioni delle camere, alla pulizia e alla ristorazione, circostanze rispetto alle quali la proprietaria dichiara la propria completa estraneità.
Un ulteriore fronte riguarda la presenza del Carlton sulla piattaforma TheFork come ristorante accessibile anche alla clientela esterna. La proprietà chiede che venga verificata l’esistenza dei titoli necessari allo svolgimento dell’attività di somministrazione, sottolineando che autorizzazioni, requisiti sanitari e obblighi amministrativi devono valere allo stesso modo per tutti gli operatori.
È in questo quadro che emerge il riferimento a Bastoni. La proprietaria non afferma che sia il gestore ufficiale dell’albergo, ma sostiene che la persona con cui avrebbe parlato sarebbe proprio lui anche se la gestione formale fa capo ad altri soggetti.
La vicenda resta dunque aperta su più livelli: l’esecuzione del rilascio, il contenzioso tra proprietà e gestori, la validità dei titoli amministrativi e l’individuazione delle persone che avrebbero effettivamente assunto decisioni sulla struttura.
Chi è Mattia Bastoni
Aveva costruito un autentico impero: sei hotel e quattro resort in sei regioni italiane con oltre mille camere disponibili e oltre 190mila presenze annue. Nell’agosto del 2020 la quotazione in borsa – nel segmento ex AIM, ora Euronext Growth Milan – prezzo per azione 1,60 euro e l’annuncio di voler essere il collegamento strategico tra il settore alberghiero e i grandi investitori internazionali. Il mercato aveva risposto tiepido ma qualcosa aveva dato: nel collocamento aveva raccolto 1,7 milioni di euro con un flottante del 17,76%.
A capo di Fabilia Group, holding della vacanza fondata nel 2013 a Milano Marittima (sede sociale al civico 16 della VI Traversa), c’era un giovane di Cesenatico: Mattia Bastoni. Sorriso smagliante, Rayban e Lamborghini Gallardo, sembrava avere le stigmate dell’imprenditore emergente: “Ci consideriamo i pionieri del matrimonio tra turismo e finanza – diceva – e un partner ideale dei maggiori investitori italiani e internazionali con focus sul turismo nel nostro Paese”.
Come Falzaresi e Scialfa aveva scommesso sul format dei “family hotel” e, per reclamizzare il suo gruppo alberghiero, reclutava attori, vip e starlette.
Ma gli analisti della Borsa, abituati a fare le pulci alle aziende quotate, non erano molto convinti: piccola azienda, piano industriale poco convincente, quotazione non opportuna e i costi per mantenere le azioni sul listino zavorravano il bilancio.
Insomma, progetto ambizioso ma costruito su fondamenta troppo fragili e così, quando l’Italia si sveglia nell’incubo del Covid, tutti i nodi vengono al pettine. Come un tir contromano, il 28 settembre del 2022 il titolo di Fabilia Group, ribassato di oltre due terzi rispetto al suo valore originario, viene sospeso e, di lì a poco, arriva la cancellazione dal listino milanese.
E’ l’inizio della fine. Non un epilogo inatteso perché, chi lavorava all’interno delle strutture, aveva già fiutato un vago sentore di bruciato: stipendi in ritardo, fornitori non pagati, le telefonate delle banche puntualmente inevase. Insomma, una gestione delle finanze poco realistica e troppo visionaria. Da lì al fallimento il passo è breve.
Nel 2023 viene presentata istanza di liquidazione giudiziale perché – come riporta quifinanza.it – “le trattative condotte di recente con alcuni potenziali investitori non hanno avuto esito positivo”. Da quel momento, dopo oltre dieci anni di attività, il gruppo Fabilia sparisce: stacca i centralini, sospende le prenotazioni e sui social posta l’avviso “chiuso definitivamente”, lasciando dietro di sé un’orda di turisti inferociti che reclamano, invano, le loro caparre. Il tonfo fa rumore ed anche Federconsumatori chiede, sul caso, l’intervento del Ministro del Turismo, parlando di “uno scandalo di proporzioni inimmaginabili”.
“I casi del fallimento Fabilia – riporta il sito Federconsumatori – sono tanti e di vario tipo: da chi ha versato una cospicua caparra o addirittura ha pagato tutto in anticipo in cambio di uno sconto sul prezzo finale e ora non sa come recuperare quanto versato; a chi viene contattato per spostare il soggiorno in altra località pena la perdita dell’anticipo pagato; a chi, ancora, viene contattato da un’altra catena di hotel che telefonicamente afferma di essere subentrata a Fabilia e propone nuovi listini molto più elevati dei precedenti”.
Il totale dei debiti ammonta a quasi 12 milioni di euro, fra fornitori, banche, prestiti ed Erario. La rincorsa dei creditori è già iniziata: lo scorso mese di gennaio, in tribunale a Ravenna, si è svolta l’udienza per le “domande tardive”.