Il 27 giugno, in Italia, non è soltanto una data del calendario. È una domanda che ritorna. Una domanda rimasta sospesa nel cielo sopra Ustica insieme al DC9 dell’Itavia e alle ottantuno vite che quella sera non arrivarono mai a destinazione.
Sono passati quarantasei anni. Una vita. Eppure continuiamo a parlare di ipotesi, di archivi, di richieste di archiviazione, di documenti mancanti, di verità solo parzialmente ricostruite. Non è normale. Non dovrebbe esserlo per nessuna democrazia moderna.
Ustica, in fondo, è diventata il simbolo di qualcosa di molto più grande di una tragedia aerea. È il simbolo di un Paese che troppo spesso inciampa nei propri segreti.
L’Italia è disseminata di pagine ancora opache. Stragi, terrorismo, mafia, servizi segreti, depistaggi, trattative, dossier scomparsi, testimonianze contraddittorie. Ogni generazione ha avuto il suo mistero nazionale. Ogni volta si promette che la verità arriverà. Ogni volta quella verità sembra fermarsi un passo prima del traguardo.
Sia chiaro: i segreti di Stato esistono in ogni democrazia. È giusto che uno Stato protegga informazioni militari, diplomatiche o strategiche quando servono a tutelare la sicurezza dei cittadini. Ma un conto è difendere il presente. Un altro è sottrarre il passato alla conoscenza collettiva.
Perché il segreto, quando attraversa i decenni, cambia natura. Non protegge più lo Stato. Finisce, piuttosto, per proteggerne gli errori, le responsabilità, talvolta perfino le omissioni.
La forza di una democrazia non si misura da ciò che riesce a nascondere, ma dal coraggio con cui affronta la propria storia. Anche quando quella storia è scomoda. Anche quando costringe a chiedere scusa. Anche quando mette in discussione istituzioni, alleanze o uomini di potere.
La verità non restituisce la vita alle vittime. Non cancella il dolore delle famiglie. Non riscrive il passato. Ma restituisce qualcosa che uno Stato ha il dovere di garantire ai propri cittadini: la fiducia.
Perché la fiducia nasce dalla trasparenza, non dall’ombra.
Ed è forse questo il rischio più grande. Non tanto che esistano ancora segreti. Ma che gli italiani abbiano finito per considerarli inevitabili. Come se fosse normale convivere con pezzi di storia incompleti. Come se il dubbio fosse diventato una componente stabile della nostra memoria nazionale.
Oggi ricordiamo Ustica. Domani ricorderemo un’altra ferita della Repubblica. E continueremo a chiederci se esista davvero una ragione di Stato capace di giustificare il silenzio per quasi mezzo secolo.
Perché c’è una domanda che nessun segreto dovrebbe poter mettere a tacere: una democrazia può dirsi davvero compiuta se ha ancora paura della propria verità?