Il sessismo non cambia natura quando cambia bersaglio. Se qualcuno avesse attribuito alle donne un presunto “costo sociale” sulla base di statistiche più o meno fondate, sarebbe stato travolto dalle polemiche. Quando invece si generalizza sugli uomini, il rischio è che il (pre)giudizio venga scambiato per analisi sociale.
È questo il paradosso contenuto nelle parole della sindaca di Lugo, Elena Zannoni, pubblicate all’indomani della sua nomina a portavoce delle Democratiche della provincia di Ravenna.
Richiamando il libro “Il costo sociale della virilità”, la prima cittadina ha sostenuto che l’Italia risparmierebbe quasi 100 miliardi di euro se gli uomini si comportassero come le donne, ricordando come la grande maggioranza degli autori di stupri, omicidi, risse, spaccio, evasione fiscale e altri reati sia composta da uomini. Poi ha precisato che il nemico non sono gli uomini, ma il paternalismo, il sessismo e il mansplaining.
Eppure il messaggio che arriva è un altro.
Perché una statistica descrive un fenomeno, non certifica il valore morale di una categoria. È vero che molte forme di criminalità registrano una netta prevalenza maschile. Ma da qui a concludere che gli uomini, in quanto uomini, rappresentino un costo sociale e che le donne costituiscano implicitamente il modello etico da imitare, il passo è enorme.
È un salto logico che la politica dovrebbe evitare con estrema attenzione. Per una ragione molto semplice: gli stereotipi non smettono di essere stereotipi solo perché cambiano direzione.
Per decenni abbiamo combattuto l’idea che le donne fossero meno razionali, meno adatte a comandare o naturalmente portate a determinati ruoli. Oggi rischiamo di assistere allo stesso schema, semplicemente rovesciato: gli uomini naturalmente più violenti, le donne naturalmente più civili.
Non è emancipazione. È essenzialismo con il segno opposto.
La responsabilità penale è personale. Lo dice la Costituzione prima ancora del buon senso. Ogni assassino risponde dei propri delitti. Ogni evasore delle proprie scelte. Ogni violentatore delle proprie responsabilità. Nessuno, invece, dovrebbe sentirsi addosso il peso delle colpe commesse da altri soltanto perché condivide il medesimo sesso.
La battaglia contro la violenza maschile è sacrosanta. Quella contro il sessismo è doverosa. Ma proprio perché sono battaglie serie meritano argomenti rigorosi, non slogan che finiscono per dividere il mondo tra un genere moralmente sospetto e un altro moralmente virtuoso.
L’uguaglianza non consiste nello spostare il dito accusatore. Consiste nel togliere di mezzo il dito.
La politica dovrebbe ricordarselo sempre. Soprattutto quando parla in nome dei diritti.