4 Ottobre, 2026 Cesenatico

Più del lenzuolo bianco dovrebbe indignarci una strada che continua a uccidere

Ci sono giornate in cui fare il giornalista è più difficile del solito. Oggi è una di quelle. Raccontare la morte di una ragazza di 34 anni, Martina Cortesi, non è mai un esercizio di cronaca. È un peso che ci portiamo dentro. Per questo vogliamo partire da una riflessione.

Nelle ore successive alla tragedia abbiamo ricevuto molte osservazioni sulla scelta di pubblicare una fotografia nella quale era visibile il lenzuolo bianco che copriva il corpo della vittima. Molti lettori lo hanno fatto con educazione e rispetto, aiutandoci a riflettere. Altri hanno preferito i toni dell’insulto e della supponenza e quelli non leggeranno questo articolo e neppure quelli che verranno. Il confronto è sempre benvenuto, la maleducazione no.

Abbiamo rimosso quella fotografia. Lo abbiamo fatto per rispetto dei familiari, se quella scelta ha contribuito ad aumentare il loro dolore ce ne dispiacciamo sinceramente. Ma il punto non può fermarsi a un lembo di lenzuolo.

Perché la vera domanda è un’altra: perché ci indigniamo così tanto per una fotografia e molto meno per una strada che continua a chiedere il conto in vite umane?

Il tratto della Statale Adriatica davanti all’Arca è, da sempre, uno dei punti più critici della viabilità cesenaticense. Lo raccontano i manifesti funebri, fin da quando nel lontano 1982, a soli 19 anni, perse la vita Massimo Fratti. Ma il rosario di disgrazie, in quel punto, sembra infinito. Per citare solo gli ultimi dieci anni: nel gennaio 2017 un incidente coinvolse tre automobili provocando due feriti. Pochi mesi dopo, nel settembre dello stesso anno, perse la vita Mara Lombardi dell’hotel Bamby di Gatteo Mare in uno dei più drammatici schianti che la città ricordi. Nel gennaio 2020 morì il ciclista Walter Balzani. Nel novembre dello stesso anno un violentissimo tamponamento ridusse quasi in fin di vita Paolo Berti e riaprì il dibattito sulla pericolosità di quel tratto. Nell’agosto 2022 perse la vita il motociclista Vito Netti. Oggi piangiamo Martina Cortesi.

Si è detto che stavolta potrebbe essere stato un colpo di sonno. Ed è vero: se sarà confermato dalle indagini, un colpo di sonno può verificarsi ovunque. Ma resta un dato impossibile da ignorare: è successo ancora lì. Nello stesso punto. Su una strada che da oltre dieci anni continua a comparire nelle cronache per tragedie e incidenti gravissimi.

Non spetta a un giornale progettare una strada. Saranno ingegneri e progettisti a stabilire se serva una rotatoria, una diversa distribuzione delle corsie, la chiusura delle svolte a sinistra o altre modifiche. Ma una certezza esiste: limitarsi agli autovelox non basta. La sicurezza stradale è un progetto, non una sanzione.

A volte il giornalismo ha anche il dovere di mostrare la durezza della realtà. Non per cercare lo scandalo, non per inseguire clic, ma perché la morte, quando arriva sull’asfalto, è crudele. Addolcirla non restituisce la vita a nessuno. Raccontarla con dignità significa anche impedire che venga dimenticata il giorno dopo.

Ci auguriamo che Martina sia davvero l’ultima vittima di quella strada. Lo abbiamo scritto altre volte dopo altre tragedie. Oggi lo ripetiamo con ancora più forza. Perché il modo migliore per onorare chi non c’è più non è discutere di un lenzuolo bianco. È fare in modo che, su quel tratto di Statale 16, non ce ne sia mai più bisogno.

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