“Il turismo si fa con l’oro, non con l’ottone”. Alfonso Maini non alza la voce, ma le parole pesano. Presidente degli albergatori ADAC di Cesenatico, è stato ospite nei giorni scorsi della PodCart, il podcast dell’Art MBT di Max Baldacci Torroni e Ivan Mazzucchelli. Da lì è nato un confronto serrato sul futuro della Riviera: “L’ultima è stata una stagione anomala e selettiva – dice – capace di mettere a nudo i punti di forza e le fragilità del turismo cesenaticense. Siamo arrivati a un bivio di non ritorno”.
Il bivio, per Maini, è chiarissimo: “O resistiamo tirando a campare, oppure scegliamo di crescere. Ma crescere vuol dire avere coraggio: riqualificare, fondere strutture, cambiare mentalità. Le pensioncine di 20 camere, così come le conoscevamo, non stanno più in piedi. Da quei numeri possiamo creare boutique hotel di 10 camere, più belli, più moderni, con la stessa resa e meno costi, se abbiamo la forza ed il coraggio di investire”.
Romagnolo d’adozione, Maini nel turismo c’è entrato da ragazzo: “La mia prima stagione l’ho fatta qui in Romagna, poi la Scuola Alberghiera, il Grand Hotel di Milano Marittima. Lì mi si è accesa la lampadina: ho capito che questo lavoro volevo farlo al 100%, con grande passione”. Prima ristoratore “con una valanga di debiti” per comprare la sua prima trattoria, poi il primo albergo inaugurato nel 1988 “in una località sperduta, in culo al mondo, ma con tanta voglia di fare”.
La cifra, per lui, resta la stessa: la famiglia. “Il turismo in Romagna esiste a questi livelli perché la famiglia è un bene prezioso. La conduzione familiare, un figlio che prosegue l’attività, una moglie che condivide il progetto, una figlia che entra in azienda… questo dà continuità. Io oggi sto spianando la strada alla mia famiglia: se non c’è ricambio generazionale, o vendi il tuo marchio o fai una fatica enorme a tenere in piedi un’impresa turistica”.
Intanto il mercato è cambiato. “Una volta i clienti restavano tre o quattro settimane in Riviera. Oggi la permanenza media è scesa drasticamente a tre-quattro notti: Cesenatico, poi magari una città d’arte e un giro in collina. Il turista vuole fare più esperienze. Sta a noi rendere le strutture appetibili per questo nuovo modo di viaggiare”.

Il quadro si complica se si guarda ai numeri: dal 1990 a oggi le strutture ricettive sono scese da 441 a 293. “È un dato preoccupante – ammette – ma non tutto è solo negativo. Negli anni Sessanta e Settanta tanti alberghi erano quasi un hobby: d’inverno un lavoro, d’estate la pensione. Erano luoghi di amicizia, di balotta, il gestore diventava amico dei clienti. Poi il turismo si è trasformato. Chi ha investito e si è innovato è rimasto. Chi aveva pensioncine da 8, 10, 15 camere spesso ha chiuso o riconvertito: appartamenti, ville, B&B, affittacamere. Oggi però sotto questa soglia non dobbiamo scendere: altrimenti perdiamo valore commerciale e identità. L’albergo porta gente, se costruiamo solo appartamenti diventa tutto più difficile”.
Su tutto pesa la burocrazia. “Un tempo un albergatore faceva un lavoro solo: stare con i clienti. Oggi ne fa due: uno con i turisti e uno con le carte. Le norme su sicurezza, Haccp, 626, vigili del fuoco… sono giuste, ma i costi per una struttura aperta in media 110 giorni sono esplosi. Solo per tirare su la serranda di un albergo da 40-50 camere servono minimo 20-25 mila euro. E questo prima ancora della promozione”.
Ed è qui che Maini piazza il colpo più duro: “Non possiamo noi albergatori continuare a spendere 300, 400, 500 euro di promozione per ogni camera. È una cifra esagerata. Mettiamo sul piatto risorse enormi solo per convincere il cliente a scegliere Cesenatico, sperando poi che dorma nel nostro albergo. Il pubblico deve fare molto di più: Comune, Regione, istituzioni devono investire di più e meglio, con una promozione mirata, non dispersiva. Il connubio tra pubblico e privato è fondamentale: io investo nella mia struttura, ma la destinazione deve essere raccontata e sostenuta in modo forte”.
Poi ci sono le infrastrutture, vero nervo scoperto. “Le infrastrutture oggi non sono all’altezza di un turismo moderno e veloce. Se da Milano a Cesenatico ci metto 4 ore, e poi da Cesenatico a Roma ce ne metto otto, non sono competitivo. In tre ore oggi vai alle Canarie, in due sei in Tunisia, in un’ora e mezza in Grecia, spesso con offerte molto variegate. Il tempo che il turista impiega per raggiungerti è parte del prodotto: se è troppo, perdi punti a prescindere dalla qualità dell’hotel”.
Eppure, nonostante le ombre, lo sguardo resta in avanti. “Guardando al 2026 sono prudentemente ottimista: vedo più attenzione al mercato estero, più gruppi, più bisogno di eventi culturali e gastronomici che facciano parlare di Cesenatico tutto l’anno. Cesenatico ha il Porto Canale leonardesco, il Borgo Marinaro, Piazza Costa, è già scenario di serie televisive. Dobbiamo solo imparare a vendere meglio la nostra bellezza. Se sapremo ascoltare il mercato e crederci davvero, questa città continuerà a vivere di turismo e di futuro”.