4 Ottobre, 2026 Cesenatico

Quando il campione ci fa vincere è italiano. Quando vince una fascia torna straniero

Questa sera la Spagna potrebbe diventare campione del mondo trascinata dal talento di Lamine Yamal, nato da padre marocchino e madre della Guinea Equatoriale. Ieri sera la Francia ha sfiorato una memorabile rimonta grazie ai gol di Kylian Mbappé, figlio di un camerunense e di una donna di origine algerina. Nessuno, quando segnano, domanda loro di dimostrare quanto siano davvero spagnoli o francesi. Il talento risolve rapidamente ogni pratica di cittadinanza.

Anche in Italia funziona così. Abbiamo esultato per Paola Egonu ed Ekaterina Antropova, applaudito Andy Díaz e Marcell Jacobs, trasformato in figure leggendarie Fiona May e Josefa Idem. Quando un atleta sale sul podio, la provenienza diventa una bella storia di integrazione. La bandiera avvolge tutti, l’inno cancella ogni differenza somatica e persino chi abitualmente distingue tra italiani “veri” e italiani “sulla carta” si scopre improvvisamente inclusivo.

Poi Marta Bunda, ventiquattrenne nata a Imola da una famiglia di origini congolesi, vince la fascia di Miss Bologna. E sotto la sua fotografia compaiono battute sui “tipici tratti emiliani”, accuse di politicamente corretto e sospetti secondo cui sarebbe stata scelta “soltanto perché nera”.

Ecco il punto: non ci scandalizza davvero che una ragazza nera rappresenti Bologna. Ci scandalizza che possa essere considerata bella senza dover prima segnare un gol, schiacciare un pallone o vincere una medaglia.

All’atleta concediamo l’italianità perché ci è utile. Porta risultati, prestigio, emozioni. Alla miss, invece, chiediamo di corrispondere a un’immagine etnica che abbiamo ereditato dal passato: pelle chiara, lineamenti rassicuranti, una genealogia possibilmente certificata. È un razzismo meno esplicito di quello delle leggi e dei cartelli, ma non per questo meno profondo. Un razzismo che si traveste da ironia, da gusto personale, perfino da difesa della tradizione.

Naturalmente si può discutere qualsiasi verdetto estetico. La bellezza non è una scienza e ogni concorso è opinabile. Ma quando la critica non riguarda il volto o il portamento, bensì il colore della pelle, non siamo più nel campo delle preferenze. Siamo dentro un pregiudizio.

Sono passati trent’anni dalla vittoria di Denny Méndez a Miss Italia. Pensavamo che il tempo avrebbe reso normale ciò che allora sembrava rivoluzionario. Non è accaduto del tutto. Abbiamo costruito una società multietnica, ma continuiamo spesso a immaginarla con un solo colore.

Marta Bunda non deve dimostrare di essere una “tipica bolognese”. Bologna è anche lei. Esattamente come la Spagna è Lamine Yamal, la Francia è Mbappé e l’Italia è ogni atleta che indossa la maglia azzurra. Una nazione non è una fotografia immobile del passato. È il volto, continuamente nuovo, delle persone che la abitano.

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