5 Ottobre, 2026 Cesenatico

Quando l’odio mette radici sotto il sole dell’estate

C’è un’estate che profuma di mare, fiere, piazze piene e notti rosa. E poi ce n’è un’altra, più cupa, che non fa rumore di onde ma di parole sbagliate, slogan, insulti, muri imbrattati. È l’estate in cui, sotto il sole della Romagna, continua a sedimentare il seme amaro della discriminazione e dell’intolleranza.

Tre episodi, diversi tra loro, raccontano lo stesso clima. A Macfrut la protesta contro la presenza di aziende israeliane, con associazioni e movimenti che chiedono alla Regione e al Comune di Cesena di non offrire vetrine a realtà ritenute legate all’occupazione dei territori palestinesi. A Ravenna l’insulto rivolto alla deputata Ouidad Bakkali, colpita non per un’idea politica, ma per le origini marocchine, la storia familiare, la povertà da cui proviene. A Cesenatico, infine, il muro del cavalcavia sulla Statale 16 diventato lavagna di un duello a distanza: prima “Italia agli italiani”, poi “Palestina ai palestinesi”, accanto a una bandiera palestinese già segnata da una croce nera.

Sono fatti diversi, certo. Ma insieme compongono una geografia inquieta. La guerra, le migrazioni, le appartenenze, la povertà, l’identità nazionale: tutto diventa materia incandescente, pronta a incendiarsi nello spazio pubblico. 

Il problema non è il conflitto delle idee. Quello è il sale della democrazia. Il problema nasce quando il dissenso diventa marchio, quando la critica scivola nella generalizzazione, quando l’avversario smette di essere una persona e diventa un bersaglio.

Contestare governi, guerre, economie e presunte complicità è legittimo, spesso necessario. Ma serve misura, perché ogni parola ha un peso. Allo stesso modo, nessuna battaglia politica può autorizzare il disprezzo per le origini, per le case popolari, per la fatica di una famiglia migrante che ha cercato dignità nel lavoro. Il caso Bakkali è una ferita limpida: rivela l’idea velenosa che chi viene “da fuori” debba restare per sempre ospite, tollerato, debitore.

E poi ci sono i muri. Quelli veri, di cemento, dove le frasi restano a guardare il traffico. A Cesenatico quel cavalcavia racconta una cosa semplice: quando il dialogo non trova sedi civili, si rifugia negli slogan. E gli slogan, quasi sempre, non spiegano: dividono.

La Romagna è terra di porti, passaggi, arrivi e partenze. Dovrebbe sapere che le identità non sono trincee, ma storie che si incontrano. Per questo oggi serve una responsabilità più alta: discutere tutto, anche duramente, ma senza disumanizzare nessuno. Perché l’odio, prima di esplodere, mette radici. E spesso comincia proprio da una parola lasciata correre.

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