5 Ottobre, 2026 Cesenatico

Screening colorettale: un piccolo test che può salvare molte vite

di Alessandro Palladino*

La neoplasia del colon-retto è la seconda causa di morte per cancro nelle nazioni industrializzate e rappresenta circa il 10% del carico totale dei tumori, con un rischio individuale nel corso della vita di circa il 6% nei Paesi occidentali.

Tra le possibili cause, molti studi hanno indicato il ruolo dei cambiamenti nella dieta, del livello di attività fisica, delle alterazioni del microbiota intestinale, dell’aumento dell’obesità e del consumo di alcol. Possono contribuire alla carcinogenesi colorettale anche la familiarità per poliposi, le malattie infiammatorie croniche intestinali o la presenza in famiglia di almeno un parente di primo grado affetto dalla malattia. Tuttavia, oltre due terzi degli individui con diagnosi di neoplasia del colon non riferiscono alcuna storia familiare nei parenti di primo grado.

Grazie allo screening, negli ultimi vent’anni l’incidenza è diminuita del 35%, con una corrispondente riduzione della mortalità del 37%. Questo dimostra che lo screening per il cancro colorettale negli adulti asintomatici a rischio medio produce un notevole beneficio netto, contribuendo anche a ridurre i costi sostenuti dal Servizio sanitario nazionale per la cura dei pazienti oncologici.

Nonostante la diagnosi precoce mediante screening riduca significativamente la mortalità, il 40% dei pazienti non si sottopone ai controlli raccomandati dalle linee guida internazionali. Le cause possono essere l’impossibilità di accedere alle risorse disponibili o, più spesso, una scarsa sensibilizzazione della popolazione sull’importanza di aderire ai programmi di prevenzione.

Un elemento decisivo nella scelta della strategia di screening è l’accettabilità della procedura proposta alla popolazione invitata. L’adesione dipende da diversi fattori: livello culturale e di istruzione, facilità di accesso alle strutture coinvolte, organizzazione logistica dello screening, storia familiare di neoplasie colorettali, raccomandazioni del medico di famiglia e, più in generale, messaggi veicolati dai mezzi di comunicazione.

Un piccolo investimento nella prevenzione può tradursi in un grande investimento in salute e nella sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.

In Italia, l’adesione allo screening mostra forti differenze territoriali: è maggiore al Nord, dove raggiunge il 46,1%, intermedia al Centro, con il 30,4%, e più bassa al Sud e nelle Isole, dove si ferma al 19,7%.

La percentuale di adesione alla colonscopia tra le persone risultate positive al test per la ricerca del sangue occulto fecale nel 2023 è lievemente superiore rispetto agli anni precedenti. Poiché, in caso di test positivo, il rischio di carcinoma o di adenoma avanzato — lesione con più elevata probabilità di evoluzione verso la malignità — è molto alto, compreso tra il 25% e il 30%, è essenziale sviluppare strategie efficaci di comunicazione del rischio, così da garantire livelli elevati di adesione agli approfondimenti diagnostici.

Sebbene l’incidenza di questa patologia continui a diminuire nelle popolazioni più anziane, tra gli adulti di età inferiore ai 50 anni è quasi raddoppiata dai primi anni Novanta e continua ad aumentare.

Sia le Raccomandazioni del Consiglio europeo del 2003, sia quelle più recenti del 2022, insieme alle linee guida ministeriali, indicano come target dei programmi di screening colorettale la fascia d’età compresa tra i 50 e i 74 anni. Anche il Piano nazionale della prevenzione 2020-2025 prevede l’estensione dello screening ai 70-74enni.

Nella maggior parte delle Regioni italiane, tuttavia, la proposta di screening è ancora limitata alla fascia 50-69 anni, sebbene non manchino programmi rivolti anche a soggetti di età superiore.

Tra le novità, a partire dal 2025 la Regione Emilia-Romagna ha esteso lo screening gratuito per il cancro del colon-retto alla fascia d’età 70-74 anni. Nel 2026 saranno invitati anche i nati nel 1956 e nel 1952, proseguendo così fino al 2028, quando tutte le persone residenti e domiciliate assistite nella Regione, di età compresa tra 70 e 74 anni, saranno invitate a sottoporsi alla ricerca del sangue occulto nelle feci.

L’estensione sarà graduale: si partirà nel 2025 con l’invito ai nati nel 1955, che nel corso dell’anno compiranno 70 anni, in continuità con la cadenza biennale dall’ultimo test eseguito o dall’ultimo invito ricevuto. Contemporaneamente saranno invitati tutti i nati nel 1951, che compiranno 74 anni e avranno così l’opportunità di eseguire un ulteriore screening prima di uscire dal programma.

I dati dell’Osservatorio nazionale screening relativi al 2023 non sono incoraggianti: si sottopongono allo screening del colon-retto solo tre persone su dieci tra quelle, di età compresa tra i 50 e i 69 anni, che ricevono la lettera d’invito.

Perché, dunque, sottoporsi allo screening? Perché consente una diagnosi precoce, prima della comparsa dei sintomi, aumenta le possibilità di guarigione e riduce significativamente la mortalità. Le vite che potremmo salvare o prolungare in Italia sarebbero molte di più se le persone invitate al test per la ricerca del sangue occulto nelle feci rispondessero all’invito.

*Il dottor Alessandro Palladino, cesenaticense, è chirurgo generale del Dipartimento Grandi Traumi del Trauma Center dell’Ospedale “M. Bufalini” di Cesena. Formatasi a Parma, ha lavorato in Italia e in vari Paesi europei in chirurgia addominale, vascolare e toracica, con lunga esperienza in laparoscopia e chirurgia robotica. Referente per la chirurgia mininvasiva della parete addominale, è autore di studi premiati, relatore in congressi, peer reviewer e impegnato nel sociale e nell’oncologia pediatrica con il Lions Club Cervia Cesenatico.

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