di Peppe Panella
L’appello lanciato da Officina delle Arti dal palco del Teatro Comunale di Cesenatico non è stata una semplice richiesta di maggiore disponibilità degli spazi. Non è stata una lamentela organizzativa né una rivendicazione di categoria. È stata una denuncia politica forte, chiara, inequivocabile.
Perché quando un’associazione che da oltre vent’anni opera sul territorio, coinvolgendo centinaia di giovani e famiglie, arriva a chiedere pubblicamente chi decide, con quali criteri e sulla base di quale progetto culturale vengono assunte determinate scelte, significa che esiste un problema che va ben oltre il regolamento di utilizzo del teatro.
Le domande poste da Officina delle Arti sono le stesse che molti cittadini si pongono da tempo. Chi costruisce il cartellone? Chi decide cosa entra e cosa resta fuori? Quale visione culturale orienta le scelte? Chi risponde politicamente di queste decisioni?
Sono domande legittime in qualsiasi comunità locale matura. Finanche nel piccolo mondo antico di Cesenatico. Eppure il fatto stesso che debbano essere poste pubblicamente, che debba essere gridato forte, dimostra che qualcosa si è incrinato nel rapporto tra istituzioni, politica locale e il mondo artistico/culturale.
Il punto, infatti, non riguarda soltanto le pochissime giornate annue previste dal regolamento. Quel limite è semplicemente il sintomo di una questione più profonda.
A Cesenatico sembra essersi consolidata una concezione della politica sempre più pervasiva, sempre più presente in ogni ambito della vita pubblica. Ovunque vi sia qualcosa da organizzare, programmare, indirizzare o valorizzare, la politica sente il bisogno di intervenire. Non soltanto per amministrare il bene pubblico, che è un suo dovere, ma è netta la sensazione che intervenga sempre più spesso per orientarne i contenuti, le finalità e perfino la visione culturale. Ed è qui che nasce il problema, grande come il teatro comunale.
Amministrare significa garantire regole uguali per tutti, assicurare trasparenza, custodire e valorizzare il patrimonio pubblico. E’ questa la mission principale dei nostri amminstratori pubblici. Ma una cosa è amministrare ed altra cosa è indirizzare culturalmente una comunità, stabilendo quali attività debbano avere maggiore spazio, quali debbano adattarsi a determinati limiti e quali debbano attendere il via libera della politica. La verità è che la cultura non può essere governata come un ufficio comunale.
La cultura vive di libertà, di pluralismo, di partecipazione. Vive della capacità delle associazioni, degli artisti, delle scuole e dei giovani di esprimere idee, creatività e sensibilità differenti. Quando la politica smette di essere garante di questa libertà, limitandone gli spazi ed il tempo concesso, essa assume il ruolo di regista ed inevitabilmente si crea una tensione che prima o poi emerge. E l’appello di Officina delle Arti va letto esattamente in questa prospettiva.
Perché dietro la richiesta di poter utilizzare il teatro qualche giorno in più non c’è soltanto una necessità organizzativa. C’è una rivendicazione di libertà.
Esistono limiti che la politica deve porre per garantire l’interesse pubblico. Ma esistono anche limiti che la politica non dovrebbe mai oltrepassare. E tra questi vi è il tentativo di comprimere, direttamente o indirettamente, la capacità espressiva di una comunità culturale.
Quando centinaia di ragazzi si preparano per mesi per portare in scena uno spettacolo, quando scuole di danza, compagnie teatrali e associazioni culturali costruiscono percorsi educativi che coinvolgono intere famiglie, la questione non è più soltanto amministrativa. Diventa una questione di libertà di espressione.
Non è accettabile che la libertà artistica di centinaia di giovani possa essere condizionata da limiti che appaiono sempre più scollegati dalle reali esigenze della città. Non è accettabile che uno spazio pubblico, nato per promuovere la cultura, finisca per rappresentare un ostacolo alla sua piena manifestazione.
Il Teatro Comunale appartiene ai cittadini. Appartiene ai giovani che lo vivono, alle associazioni che lo animano, alle famiglie che lo frequentano. Non può diventare un luogo nel quale la politica decide quanto spazio concedere alla creatività della comunità.
Per questo la protesta che oggi nasce dal palco del teatro cittadino assume un significato che va ben oltre Officina delle Arti. Essa pone una domanda politica fondamentale: quale idea di città vogliamo costruire?
Una città nella quale le istituzioni amministrano e garantiscono libertà, oppure una città nella quale la politica ritiene di dover presidiare, orientare e indirizzare ogni ambito della vita culturale? La risposta dovrebbe essere semplice. La cultura non ha bisogno di tutori. Ha bisogno di spazi, opportunità e libertà.
E forse è proprio questo il messaggio più forte che è risuonato dal palco del Teatro Comunale di Cesenatico: i limiti che oggi imbrigliano la cultura non stanno più proteggendo il bene pubblico. Stanno impedendo alla città di esprimere pienamente il proprio talento, la propria creatività e la propria libertà.