“Quella mattina Marco fu massacrato di botte perché dovevano recuperare un credito di droga di circa 260mila euro”. È la dichiarazione choc attribuita a un detenuto, all’epoca rinchiuso nel carcere di Rimini, che aggiunge un nuovo clamoroso elemento al lungo e controverso fascicolo sulla morte di Marco Pantani.
Secondo quanto riferito dall’agenzia LaPresse, l’uomo avrebbe inizialmente confidato la circostanza a un agente della polizia penitenziaria, senza che le sue parole venissero messe a verbale. La segnalazione sarebbe stata successivamente recuperata dalla polizia giudiziaria della Procura di Rimini, che avrebbe ascoltato formalmente il detenuto nell’ambito della terza inchiesta sul decesso del campione di Cesenatico.
Il racconto, allo stato privo di riscontri pubblicamente noti, non costituisce una prova. Stando ai verbali, tuttavia, gli investigatori avrebbero valutato una sua possibile compatibilità con alcuni elementi degli accertamenti autoptici. In particolare, le lesioni riscontrate sul volto e attorno agli occhi di Pantani potrebbero essere riferibili anche a un pestaggio. Un’ipotesi che si contrappone alla ricostruzione giudiziaria finora consolidata, secondo la quale la morte fu provocata da un’intossicazione acuta da cocaina associata all’assunzione di psicofarmaci.
Pantani venne trovato senza vita il 14 febbraio 2004, a 34 anni, nella stanza D5 del residence “Le Rose” di Rimini, oggi demolito. La prima indagine escluse l’omicidio. Una seconda, aperta nel 2014 dopo un esposto della famiglia, venne definitivamente archiviata nel 2016: il gip ritenne che non vi fossero piste concrete per sostenere l’ipotesi di una morte “volontariamente provocata da altre persone”.
Il terzo fascicolo, aperto nel 2021 per omicidio contro ignoti, prese impulso anche dagli approfondimenti della Commissione parlamentare antimafia. La Commissione evidenziò alcune criticità nei primi accertamenti, fra le quali il mancato rilevamento delle impronte digitali nella stanza, nonostante la presenza di sangue. Due agenti della Scientifica hanno inoltre riferito di essere stati fatti attendere fuori mentre altre persone entravano nella camera.
Ulteriori dubbi riguardano gli operatori del 118, che non sarebbero stati ascoltati dalla magistratura nell’immediatezza dei fatti. Nel 2024 i legali della famiglia si sono opposti alla richiesta di archiviazione, domandando nuovi interrogatori e approfondimenti. A distanza di oltre un anno, il gip non avrebbe ancora fissato l’udienza chiamata a stabilire se chiudere definitivamente l’inchiesta o disporre nuove indagini.
