C’è una pagina della Domenica del Corriere del 29 luglio 1969 che oggi sembra un fotogramma di commedia: in fila sulla sabbia di Cesenatico, ragazzi e ragazze in costume tengono cartelli solenni come in una manifestazione… ma il tono è tutto da ombrellone. “Lasciate stare la Luna”, “Andate su Marte”, “Giù le mani dalla Luna”, “La Luna è degli innamorati”, “La Luna è nostra”. Insomma: va bene il progresso, però con educazione. E magari senza rovinare il posto dove, da sempre, si giurano amori e si scrivono poesie.
Siamo nei giorni in cui l’umanità ha appena fatto il salto più lungo della sua storia: il 20 luglio Armstrong e Aldrin mettono piede sul suolo lunare e il mondo si scopre improvvisamente più grande. A Cesenatico, invece, la Luna resta una faccenda personale. Non è un corpo celeste: è un pretesto sentimentale. È il lampione naturale dei baci, la complice delle notti d’estate, la “proprietà” simbolica di chi si innamora.
Eppure, a guardarla bene, quella foto profuma di posa: troppo composta per essere protesta vera, troppo pulita per essere rabbia. È una trovata pubblicitaria fatta bene, di quelle che allora bastavano a finire sui giornali (anni in cui, per un titolo, si rubavano i delfini dalla Vena). Proprio per questo è emblematica: racconta un marketing già sveglio e una Romagna che sa vendere sorridendo, trasformando l’epica spaziale in una scenetta tenera e un po’ sfacciata. La conquista della Luna? Va benissimo. Ma con la promessa di non togliere poesia alle nostre notti.