Che il nome di Rimini compaia, anche solo di riflesso, nell’orbita del caso Epstein ha scioccato molti. L’idea che il “Lolita Express” possa aver toccato lo scalo “Fellini” con a bordo ragazze minorenni evoca scenari da thriller internazionale. Eppure, se si guarda ai dati e alla storia recente della Riviera, la vera domanda è un’altra: davvero c’è da sorprendersi?
Negli anni Settanta e Ottanta, lungo l’Adriatico nasce quello che molti operatori chiamano il “putantour” moderno: una città di mare, votata al turismo, fatta di seconde case, anonimato stagionale, libertà di costumi. È in questo contesto che la prostituzione d’appartamento trova un terreno ideale: niente vetrine a luci rosse, pochi marciapiedi esibiti, molto sesso venduto “dietro citofono”, dentro residence e condomini nati per ospitare le ferie delle famiglie del Nord.
Oggi lo stesso fenomeno passa in gran parte dai portali specializzati. Siti come EscortAdvisor, pur non essendo fonti ufficiali, offrono una fotografia indicativa del mercato. In valori assoluti Rimini non compete con le metropoli – Roma, Milano, Torino, Napoli – ma quando si pesa il numero di annunci sulla popolazione residente la prospettiva cambia radicalmente: con circa 150 mila abitanti e oltre 800 inserzioni, la città supera i cinque annunci ogni mille residenti, collocandosi stabilmente nel gruppetto di testa a livello nazionale e al primo posto in Emilia Romagna (leggi qui).
Tradotto: Rimini non è solo una località di mare, è una capitale regionale del sesso indoor. Qui la tradizione del putantour si è semplicemente aggiornata: la domanda c’è, l’offerta si è professionalizzata, il passaparola viaggia su chat criptate e piattaforme di recensioni. Molti locali notturni, bar e discoteche non propongono servizi escort alla luce del sole, ma sono da anni punti di contatto naturali tra clientela facoltosa, lavoratrici del sesso e intermediari.
A rendere il quadro ancora più particolare è il paradosso normativo: in Italia la prostituzione in sé non è reato, lo sono lo sfruttamento, il favoreggiamento, l’organizzazione. Nello spazio grigio fra questi estremi prospera un’economia sommersa fatta di affitti in nero, intermediari discreti, auto di lusso con targa straniera e clienti che si sentono protetti dall’anonimato turistico. Rimini, con la sua doppia identità di città media e vetrina internazionale del divertimento, concentra tutte queste linee di fuga come in una lente d’ingrandimento.
Dentro questa geografia, l’ipotesi che il jet di un predatore seriale come Epstein abbia potuto sfiorare la Riviera non appare più un corpo estraneo, ma una possibile – e inquietante – sovrapposizione di mondi: da un lato la rete globale del denaro e del sesso di lusso, dall’altro un territorio che ha fatto del turismo, della notte e dell’informalità il proprio marchio di fabbrica.
Per questo, al di là del clamore mediatico sui voli del “Lolita Express”, lo choc rischia di essere soprattutto di facciata. Chi studia da anni la Riviera come laboratorio del sesso a pagamento sa che l’incontro fra grandi circuiti del denaro globale e microcosmi locali del turismo erotico non è un cortocircuito impossibile, ma una possibilità strutturale. La domanda vera, per la politica e per le istituzioni, non è se Epstein sia davvero passato da qui, ma quanto si voglia ancora fingere che la sua ombra cada solo oltreoceano.