Questa mattina, tra le prime telefonate ricevute in redazione, c’è stata quella dell’ufficio stampa del Comune di Riccione. Dall’altra parte del telefono abbiamo avvertito una certa diffidenza: ci sono state chieste informazioni sulla fondatezza dell’articolo relativo alla famiglia di turisti che, durante una colazione in un noto locale di viale Ceccarini, si è ritrovata sullo scontrino una frase tanto volgare quanto inquietante, con l’invito a bruciare le uova e a sputarci dentro (leggi qui).
Una domanda sulla veridicità di una notizia, rivolta a una redazione composta da giornalisti professionisti, può provocare un comprensibile moto di irritazione. Abbiamo comunque mantenuto la calma e fatto ciò che facciamo ogni giorno: abbiamo fornito spiegazioni precise e mostrato gli elementi fattuali raccolti. In pochi secondi è stato possibile comprendere che quella vicenda non era stata inventata e che l’articolo poggiava su riscontri concreti.
Prima di pubblicare abbiamo ascoltato i protagonisti (registrando come sempre le telefonate), esaminato lo scontrino e le fotografie, acquisito video, registrazioni e altri documenti. Soltanto al termine di questo lavoro abbiamo ritenuto che la notizia potesse essere pubblicata.
Eppure, sotto l’articolo, decine di persone hanno immediatamente sentenziato: “È una fake news”. Questa mattina abbiamo bloccato una quarantina di profili. Non perché non accettiamo critiche o domande, che sono sempre legittime, ma perché accusare senza alcun elemento una redazione professionale di avere fabbricato una notizia non è una critica: è un’offesa al nostro lavoro e alla nostra credibilità. E la credibilità, per un giornale, non è un dettaglio. È tutto.
Probabilmente a generare parte di questa diffidenza è stata la copertina realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Conviene allora ribadire un concetto elementare: un’immagine illustrativa non è una prova documentale e non pretende di esserlo. Serve a rappresentare graficamente un fatto, esattamente come per decenni hanno fatto disegnatori, illustratori e fotomontatori. La tecnologia cambia gli strumenti, non la natura del lavoro giornalistico.
L’intelligenza artificiale può aiutare il nostro gruppo grafico a costruire una copertina più efficace. Non telefona alle fonti, non ascolta le testimonianze, non esamina i documenti, non chiede la versione delle persone coinvolte e, soprattutto, non decide che cosa pubblicare. Queste responsabilità restano interamente nostre.
La Voce di Cesenatico non è un giornale da guardare distrattamente scorrendo soltanto le figure. È un giornale da leggere. Richiede attenzione, curiosità e, se vogliamo, un pensiero verticale. Chi cerca un’informazione ridotta a una successione di immagini rassicuranti, come in un moderno “Corriere dei Piccoli”, può trovare molte alternative, anche sul nostro territorio.
Questo non significa considerarci infallibili. Gli errori appartengono al giornalismo perché il giornalismo è un’attività umana. Quando sbagliamo, correggiamo. Quando è necessario, rettifichiamo. Lo abbiamo fatto in passato e continueremo a farlo. Ma un errore possibile non autorizza nessuno a definire falsa una notizia soltanto perché appare sorprendente o perché la sua copertina è stata realizzata con strumenti digitali.
Il vero rapporto perverso tra giornalismo e intelligenza artificiale nasce quando si smette di leggere, si confonde l’illustrazione con il contenuto e si emette una sentenza sulla base di un’immagine. È un paradosso: mai come oggi abbiamo avuto tanti strumenti per informarci, eppure sempre più spesso ci fermiamo alla superficie.
Dietro le nostre copertine possono esserci un algoritmo, un software o un’elaborazione grafica. Dietro le nostre notizie, invece, ci sono giornalisti. Con nomi, cognomi, responsabilità professionali e il dovere di rispondere di ogni parola pubblicata.
Il direttore