In America finisce tra i simboli dei 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. A Cesenatico, invece – a parte un post sul portale istituzionale di Visit – quasi il silenzio. È questo il paradosso che accompagna la figura di Marcella Polini Hazan, nata a Cesenatico nel 1924 e diventata negli Stati Uniti una delle più grandi ambasciatrici della cucina italiana nel mondo.
Lo Smithsonian National Museum of American History di Washington ha scelto il suo pentolino di rame, quello con cui preparava lo zabaione, tra i 250 oggetti chiamati a raccontare la storia americana (clicca qui). Non un riconoscimento qualunque, ma una consacrazione culturale. Eppure nella città dove Marcella nacque e trascorse gli anni della formazione non esiste, ad oggi, una vera iniziativa stabile capace di ricordarla e valorizzarne l’eredità.
La domanda, allora, è inevitabile: perché Cesenatico si è dimenticata di lei?
Non parliamo di una figura minore, né di un nome buono solo per gli appassionati di gastronomia. Marcella Hazan ha insegnato agli americani che la cucina italiana non era soltanto spaghetti scotti, sughi pesanti e stereotipi da ristorante italo-americano. Ha portato oltre oceano il culto degli ingredienti, la semplicità delle ricette regionali, l’olio extravergine, l’aceto balsamico, la sapienza domestica delle tavole italiane. In una parola: ha trasformato il gusto di un Paese.
E allora colpisce che Cesenatico non abbia ancora trovato il modo di farne un simbolo. Nessuna rassegna gastronomica a suo nome, nessun premio internazionale, nessun percorso culturale, nessuna targa davvero centrale nel racconto della città. Eppure il materiale sarebbe straordinario.
Si potrebbe immaginare un “Festival Marcella Hazan”, dedicato alla cucina italiana autentica, con chef, scuole alberghiere, produttori, scrittori e giornalisti gastronomici. Si potrebbe creare un premio annuale per chi promuove nel mondo la cultura della tavola italiana. Si potrebbe organizzare una settimana di eventi tra Porto Canale, Museo della Marineria, ristoranti e scuole, trasformando Cesenatico in un laboratorio del gusto e della memoria.
Non solo. Una città turistica che vive di accoglienza, ristorazione e identità romagnola avrebbe tutto l’interesse a raccontare Marcella Hazan come una propria ambasciatrice naturale. La sua storia unisce Cesenatico, l’America, l’emigrazione italiana, la cucina di casa, la cultura delle radici. È una narrazione perfetta per una località che vuole parlare al mondo senza perdere la propria anima.
Si potrebbe coinvolgere il Comune, gli albergatori, i ristoratori, le associazioni culturali, le scuole, la Regione e gli emiliano-romagnoli nel mondo. Si potrebbe costruire un gemellaggio culturale con realtà americane, portare a Cesenatico studiosi e appassionati, dedicare menu, incontri, documentari, mostre e laboratori al suo nome.
Perché se Washington celebra un pentolino di rame, Cesenatico non può limitarsi a guardare da lontano. Quel pentolino parla anche di noi. Parla di una bambina nata sulla Riviera, diventata una maestra capace di entrare nelle case di milioni di americani.
Dimenticare Marcella Hazan significa perdere un’occasione. Ricordarla, invece, vorrebbe dire trasformare una grande storia individuale in patrimonio collettivo. E forse è arrivato il momento che Cesenatico smetta di lasciare agli altri il compito di celebrare i suoi figli migliori.
