Al di là dei tempi biblici (ci sono voluti sette anni per avere una sentenza definitiva), c’è evidentemente un po’ di confusione sull’interpretazione dell’articolo 604bis che “punisce qualsiasi condotta di propaganda sulla superiorità o sull’odio razziale” e vieta “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.
Con questo capo d’imputazione era tornata alla sbarra Selene Ticchi che, a fine ottobre del 2018, aveva indossato una maglia nera con la scritta bianca “Auschwitzland” durante una manifestazione “nostalgica” organizzata a Predappio.
Ebbene, nei giorni scorsi, Selene è stata assolta “perché il fatto non sussiste” e dunque quella maglietta – che scherniva la morte di oltre un milione di ebrei che vennero uccisi nelle camere a casa di Auschwitz – non costituisce alcun illecito penale.
La maglietta era stata stampata con caratteri che richiamavano la scritta Disneyland: solo che sullo sfondo non c’erano le torri di un castello fatato, ma la cinta di mura che ancora oggi circonda il sito dell’ex campo di sterminio di Auschwitz.
La sentenza di assoluzione è stata pronunciata in tribunale a Forlì, dopo che la Cassazione aveva annullato la prima assoluzione: Ticchi, infatti, fu processata per la prima volta nel 2022 per violazione della legge Mancino, poi i giudici di Roma annullarono tutto chiedendo un nuovo processo e anche un nuovo capo di imputazione (quello appunto della violazione dell’articolo 604bis).